Note a margine n. 615

Enzo_tortora_arresto

 

NEL NOME DEL GIUDICE ITALIANO

Show, siparietti, gite, cagnare e turpiloqui a parte – davvero significativi, di quelli che ben definiscono timbro e consistenza della personalità degli autori – si avverte con sgomento il tono valoriale decisamente minore dell’attuale politica che consegue, tra l’altro, anche alla mancanza di adeguate stature dei suoi interpreti e protagonisti. In Italia, queste rissosità sono parte di consuete reazioni cicliche che accedono e si acuiscono, ogni volta, alla perdita del consenso elettorale da parte delle sinistre immature, le quali non intendono accettare l’idea di considerare la destra come controparte pienamente legittimata al concorso partecipativo/democratico. Direi, accettare l’ idea di avere una opposizione da non sabotare o non far sabotare, coûte que coûte, un soggetto da perseguitare e mandare al rogo, anche alleandosi o ricorrendo a chiunque, persino ai danni dell’ intero Paese. Film già visti.
Con sgomento, dicevo, perché l’attuale politica appare indigente di indicazioni e indirizzi degni della loro funzione e nome, e di conseguenza, i problemi del Paese si accentuano e sembrano avviati a restare nell’inferno della irrisolvibilità. La quale diventa davvero esiziale perché lo spazio nel quale gli interventi devono restare e trovare confronti e proposte nella corretta dialettica democratica è invece sempre più occupato, come manu militari, dalle diverse Procure e Gip, con l’aggravante che ognuno dei quali sancisce un suo soggettivo principio interpretativo, più ideologico che tecnico, e decide persino sull’applicabilità o meno di una norma in vigore.
Si consolida così il principio dell’ incertezza del Diritto che – come giustamente suggerisce e ben argomenta Carlo Nordio nel suo editoriale “Giudici e politica/Sea Watch, il naufragio della legge” sul Messaggero di oggi – viene vissuto dalla gente come una “una volatile aspirazione metafisica”, oppure, come aggiungo io, percepito come arma di aggressione personalizzata usata da soggetti blindati da un’ autonomia irresponsabile e impegnati – come si sospettava ed oggi si scopre con orrore – in un diffuso groviglio di maneggi e trame che svuotano il concetto della Giustizia e la dequalificano, con fatti e i naturali sospetti conseguenti, a livelli criminogeni. E spiegano, anche, al di là dei manovrabili tecnicismi usati per giustificare una decisione aprioristica, il vero senso di un passato prossimo e di un presente giudiziario altrimenti non spiegabili e di una riforma urgente e necessaria ma duramente osteggiata dalla magistratura, interessata alla conservazione dello stato in atto e che, a prescindere, paventa come certa la perdita della sua indipendenza, quella del tipo attuale. Per una spiegazione dovuta, in quanto la funzione giurisdizionale – che chiamano potere – è esercitata in nome del popolo italiano che ne ha pieno e sacrosanto diritto a conoscere e sapere. Perché, invece, una giustizia amministrata in nome del giudice è percepita come una ‘giustizia’ compiacente per lui stesso o per qualcuno; solo una truffa, una prepotenza, una tirannide intollerabile. In modo particolare quando tende a interferire con la politica osteggiandone riottosamente il servizio. A partire da quello legislativo.

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