Note a margine n. 568

LIBERTA’: UN SOGNO PERDUTO

La consapevolezza del rischio concreto ed effettivo che si corre nella preparazione, durante l’avvio e la commissione di un reato, e dopo la sua consumazione, è un deterrente dissuasivo dal commetterlo. In genere, non infallibile, ma abbastanza efficace ed efficiente. Parlo della sanzione, non soltanto della sua entità penosa (in primo luogo, privazione della libertà-risarcimento del danno) ma mi riferisco anche alla certezza di essere riconosciuto colpevole e alla certezza di dover scontare effettivamente tutta la condanna.

Checché se ne dica, non si sono trovate alternative più utili allo scopo. Dunque, non soltanto il rischio della sanzione-pena che può conseguirne, ma anche la stessa percezione della pericolosità nella esecuzione del reato – questa, in alcuni casi – più che altro, riduce a più miti consigli il malintenzionato.

A contrario, la convinzione – formatasi sull’id quod plerumque accidit – di poter superare con una certa facilità le concrete difficoltà esecutive del reato e di poterla fare franca dopo (oppure, cavandosela con poco), sono stimoli criminogeni assai efficaci. Nei ‘giri’ della delinquenza, ma non soltanto in questi – in quanto le indicazioni debordano anche negli altri ambienti – si individuano, ovviamente, i contesti operativi più favorevoli e che, perciò, operano forti richiami per coloro che, non avendo motivi morali per rinunciare alla commissione del crimine, studiano e valutano le situazioni tali da ridurre al minimo i rischi e i vantaggi. I primi, anche per un fallimento dovuto a resistenza passiva o attiva della vittima (cui si centellina la legittimità dell’autoprotezione); i secondi alla difficoltà della certa identificazione del reo, o persino alla previsione di esiti sanzionatori spesso risibili o, praticamente, pari a zero, che, sul piano dell’efficacia dissuasiva, non spaventano.

Difficilmente si assale la resistenza passiva di una cassaforte ben congegnata, con sensibili allarmi sensoriali per pronti interventi, con sistemi che ne macchiano indelebilmente il contenuto, etc.; difficilmente si aggredisce un soggetto dotato di capacità difensiva e reattiva, e non impedito ad usarla.

Sta di fatto che – antico retaggio del concetto di potere/supremazia – lo Stato a mentalità accentratrice non tollera, invece, condotte difensive attive anche se rese necessarie dal bisogno della loro immediatezza di resistenza protettiva della vittima aggredita nella persona o nei suoi beni. Questo tipo di Stato oppressivo, qualunque sia il suo regime formale, gelosamente avoca a sé in assoluto l’uso della forza che, il più delle volte, come ben sappiamo, non arriva che ad aggressione compiuta con danni non ripristinabili, a cominciare dal dolore fisico/mentale, postumi d’invalidità, e, spesso, nemmeno risarcibili. Gli ipocriti protagonisti e gli idealisti sostenitori di questo sistema che viene spacciato per ‘ordine pubblico’ affermano che non è ammissibile ‘permettere il far west’; allora, preferiscono facilitare la strage degli innocenti. Sempre in nome del cosiddetto ‘ordine pubblico’.

E’ una gelosa prerogativa di alcuni Stati, segno del predominio sui privati cittadini, a cui il potere non intende rinunciare e lo dimostra assai spesso delegittimando l’autoprotezione, pretendendo prove inconfutabili, sanzionandola severamente, vittimizzando a sua volta la già vittima del reato tentato o consumato, spesso condannandola addirittura a risarcire i danni subiti dallo stesso aggressore o dai suoi aventi diritto. Così lo Stato trasforma un reato in un affare assicurato perché, comunque vada, sempre rende un tornaconto garantito e un ulteriore danno alla vittima e ai suoi aventi diritto.

E’ lo stesso tipo di Stato autoritario che impone al cittadino strettoie ed oneri per l’esercizio delle più disparate attività che, invece, dovrebbero essere lasciate alla libera scelta e iniziativa dell’individuo costretto, nel migliore dei casi, a tempestive comunicazioni preventive, e nel resto, a chiedergli e a elemosinargli preventivamente nullaosta, concessioni, autorizzazioni, porto d’armi, benestare, beneplaciti, lasciapassare, salvacondotti, visti, permessi, licenze, attestazioni, certificazioni, etc. Previe costose e complesse documentazioni, prove d’esame, concorsi, e con esiti lenti e mai certi. Salvo che non si tratti di cariche politiche. Un ampio settore dove, in none di una distorta interpretazione del principio di uguaglianza di fronte alla legge, il fior fiore del cazzarume spregiudicato e arrivista del Paese, può accomodarsi a governarlo o a sgovernarlo senza distinzioni di capacità, senza responsabilità.

E’ lo stesso tipo di Stato nel cui ordinamento giuridico le presunzioni, le scadenze e le decadenze operano quasi e sempre soltanto a suo favore.

E’ uno Stato che ti controlla, ti traccia e che ti può chiedere conto di tutto e che, in mancanza, presume tutto a tuo sfavore finché non gli provi, nei soli modi che lui riconosce come validi, la tua innocenza.

E’ uno Stato che ti vieta e sanziona parole e persino opinioni.

E’ uno Stato che non scusa l’ignoranza della legge, anche se produce e cambia norme e regolamenti esecutivi a getto continuo, per sua volontà di controllare e regolamentare tutto della vita dei cittadini, spesso inconciliabili tra loro, vere trappole, sparse ovunque e non coordinate in agibili ed esaustivi testi unici e, per questo, praticamente inaccessibili e affidate alle vagolanti interpretazioni di cazzari periferici o centrali.

E’ uno Stato che, da un lato produce inconsapevoli violatori di legge e li sanziona duramente e inesorabilmente; dall’altro, attira la criminalità più violenta ed aggressiva, perché, in pratica, ne agevola i crimini.

E’ uno Stato che ci proibisce persino di scegliere il linguaggio, che ci controlla le idee, che ci sospetta, ci spia, ci intercetta le comunicazioni, ci segna a dossier, ci inquisisce la vita, i consumi, le abitudini, persino le spese. Che ci impone di dargli il dettagliato rendiconto della nostra vita privata.

E’ uno Stato che non ci consente di criticarlo.

Uno Stato che si è messo in testa di ‘educare gli italiani’; a suo modo, naturalmente.

E’ uno Stato dove la vera libertà è un sogno perduto; dove la dignità del cittadino è offesa, il suo affidamento è tradito e ingannato. E che, per contro, pretende un improbabile rispetto.

E noi siamo sempre più condizionati, vigilati speciali, marionette, ostaggi, soffocati, oppressi.

 

 

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Una risposta a Note a margine n. 568

  1. gaetano vignola ha detto:

    E sotto molti aspetti penso che sia inconsapevolmente lo stato in cui viviamo

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