Note a margine n. 505

DIVIETO

Chiamiamolo pure come vogliamo – il nostro dizionario, nonostante la devastazione sessista-fancazzista, offre ancora ampia possibilità di scelta – ma l’ autoritarismo, il fratello scemo dell’ autorevolezza, è un’ inclinazione caratteriale talmente italodiffusa, talvolta emergente a scoppio ritardato, che in pochissimi si fanno mancare. E’ un istintivo estro artistico che prima o poi gemma anche dalle migliori predisposizioni emotive.
D’altro canto, siamo inconsapevoli portatori sani del virus della libertà di obbedire a chi vogliamo. Un ingranaggio perfetto che ci avvicina al moto perpetuo.
Quei quattro o cinque diversi, sono pezzi in più, come avanzati al Grande Architetto. Li gettano via, potrebbero mandare in tilt il sistema; o non sanno che farsene e li guardano con sospetto, senza capirne nulla. Allora, a destra o a manca, vietare resta la furba drittata.
In Italia, ma non soltanto, il divieto – possiamo affermarlo a occhi chiusi – è il pilastro portante di ogni sistema morale. A partire dal fondamentale, ecumenico, violatissimo: non rompere i coglioni.

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