Note a margine n. 425

cacca

IN HOC SIGNO BUSINESS

Sul suolo della penisola italiana, nella parte di riserva di caccia a suo tempo assegnata al pascolo dei preti e donde ogni giorno o quasi si diffondono i fetori di un luridume accumulato sotto i tappeti per anni, si sta celebrando un curioso processo penale che vede imputati un monsignore, una sua amica operante in Vaticano, e due giornalisti italiani. I primi due per aver passato notizie, vere ma secretate, ai secondi due che, poi, le hanno pubblicate in Italia in due libri, liberamente, secondo i principi che regolano la stampa italiana e, in genere, quella dei paesi civilizzati.
Curioso processo penale dove non è ammesso farsi difendere e assistere da avvocato di fiducia. Roba da Inquisizione che qualcuno chiamò santa, a cazzo. Insomma, una farsa da saltimbanchi.
I due giornalisti hanno avuto la dabbenaggine di presentarsi in udienza in Vaticano, a fare la parte dell’ imputato sui generis, prendendo sul serio una guitta pagliacciata, una giustizia da pernacchia, a difesa della propria dignità personale e professionale, hanno esposto civilmente le proprie ragioni e hanno chiesto l’ annullamento del processo, perché in Italia i fatti veri si possono pubblicare liberamente. Ma il Tribunale bananas, in risposta, ha decretato che la loro colpa non è quella di aver pubblicato notizie vere, ma di aver “fatto pressioni” sull’ impressionabile monsignore per farsele rivelare. Ma guarda un po’|! La filiera del business.
Quali, come, dove, come, quando e da chi esattamente sarebbero state queste presunte pressioni non è ancora dato di sapere. In mancanza di prove, è lecito fare almeno due ipotesi: o il monsignore aveva delle brutte schifezze da nascondere – insomma, le consuete porcherie, il solito e diffuso lerciume che ormai contraddistingue l’ abiezione clericale – schifezze talmente schifezze che il meschino aveva ben terrore di essere scoperto; e allora le confessi apertamente, così che si conoscano le armi di ricatto che sarebbero state usate dai due giornalisti i quali, vedi caso, le conoscevano, come mai?; oppure, il prete mente alla grande per difendersi infantilmente il culo, magari consigliato a questa versione pseudodifensiva da qualche cervello della stessa risma. Il tutto, perfettamente in linea con la proverbiale ipocrisia gesuitica. In ogni caso, un modo di agire da ‘monsignore del cazzo’. Mentre il loro boss va in ardita ricognizione nell’Africa nera ancora ad invitare e ad esortare quanta più gente possibile a venire spolparsi i resti di questa nostra moribonda Italia (non nel suo paese).
Che dire? Tra l’ indignazione e un generale disorientamento emerge una sola certezza: dopo le disastrose e guascone galantinate e bagnascate, un’ altra bella fetta di fiducia e di 8 per mille da togliere immediatamente e per sempre a questa manica di gentiluomini in nero, per non dire delle fughe verso altre religioni. Che vadano a lavorare. Nemmeno nei conventi o nelle abbazie: anche là si affoga nella merda.

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