Note a margine n. 409

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UN PAESE DI RACCOGLIONI

Lo dico subito. Non credo che nella storia sia mai accaduto o che stia accadendo qualcosa di sia pure lontanamente paragonabile agli eventi che stanno ferendo a morte il nostro Paese. Non abbiamo notizia di un’ altra invasione liberalizzata e assistita, incontrollata, enormemente soverchiante come quella che sta dilagando nelle nostre terre e le farà crollare per il sovrappeso materialmente insostenibile. Non è previsto, infatti, un programma massimo possibile. Mentre l’ affluenza in Italia è costante o crescente, gli altri Paesi della UE si barricano, vietano severamente ingressi, sì che anche chi è venuto nel nostro Paese con l’ intenzione di andare altrove sarà costretto a rimanervi contendendo ai residenti spazi vitali e altre risorse molto limitate.
Chi ne parla ancora in termini di emigrazione e ci rinfaccia quella italiana verso gli US è un falsario o un imbecille incapace alle prese con le enormi responsabilità cui non sa più come possa farsi fronte ipocritamente imputandole ai governi precedenti. Il fenomeno ‘emigrazione’ è quello che soggiace a precise ed inderogabili programmazioni, controlli e regolamentazione del Paese di accoglienza, e che non si mantiene sull’assistenza sociale e gratuita e sul volontariato sine die, sull’ improvvisazione. Non esiste un simile diritto, mentre agli italiani bisognosi viene negato anche lo stretto necessario per la sopravvivenza giornaliera. Un Paese di raccoglioni.
Per l’aggressività degli accessi e per la inettitudine della ricezione che naviga a vista, la cosiddetta accoglienza è ridotta ormai ai termini di uno stivaggio di esseri umani, ripartiti sul territorio senza riguardi per le proporzioni tra le comunità riceventi e per gli effetti dirompenti degli assetti socioambientali preesistenti. Quest’anno abbiamo già superato la cifra 150.000!
Un atteggiamento irrazionale verso un esodo che non dà segni di fermarsi anche perché alimentato e incrementato, ormai, da una specie di prevedibile servizio di soccorso di routine, furbescamente sfruttato come un prelevamento a domicilio da chi organizza il traffico umano sulla base di dati noti e meticolosamente studiati: rotte, destinazioni, orari delle navi (italiane con l’ aggiunta di quelle straniere) di soccorso/trasporto.
Giusta provvedimenti prefettizi, la cosiddetta redistribuzione di questo carico/flusso umano avviene il più delle volte a sorpresa, nottetempo, senza preavvisi nemmeno ai sindaci; e con la carica a suon di manganelli delle forze dell’ ordine ai danni delle famiglie che protestino. Donne bambini compresi.
Se a tanto si vuole cercare una logica, l’ unica possibile – per esclusione – è quella del profitto delle centinaia di cooperative private sorte e sorgono ad hoc, che, scandalose corruzioni a parte, lucrano circa 35 euro a essere umano “preso in carico”, che cercano strutture e appartamenti disponibili anche nei condomini privati, e sono in grado di tenere aggiornato un albo informato dove creare il loro prodotto, il “piazzamento”, magari previa proposta all’attenzione di chi deve firmare il provvedimento e “sbrigare più pratiche possibili”. Non ci risulta, infatti, che i Prefetti dispongano di una banca dati del genere.
La redistribuzione territoriale degli scafisti terrestri, veloce e continua, in termini di migliaia giornaliere, grazie al rafforzato servizio internazionale nautotaxi, non tiene conto di nulla, a partire dai problemi ambientali e demografici, e non offre prospettive programmatiche, punti di fermata, limiti massimi, traguardi; le sproporzioni tra gli arrivati, quelli in arrivo e le popolazioni residenti è tale che ben presto ricorreranno agli espropri, alle requisizioni, alle immissioni nelle famiglie. Senza risolvere nulla. Per una sorta di passa parola sulla inettitudine del governo, i nuovi arrivati protestano duramente e si rivoltano persino, esigendo cellulari, tv, aria condizionata, wireless, residenze in grossi centri abitati, pasti confacenti ai loro gusti e dettandoci regole perentorie sull’accoglienza che vogliono. Che è, sì, sancita dalla nostra Costituzione ma non come diritto alla ospitalità gratuita a vita e in forma superiore alle nostre concrete possibilità o in violazione dei diritti costituzionali di tutti gli altri, in misura autodistruttiva e in forma impositiva di impossibili convivenze e vicinati tra gente che vive lavorando e gente nullafacente. Senza contare i realistici pericoli di ben nota natura per i quali lo stesso Stato ha riconosciuto l’ esistenza.
Ho udito uno dei tanti saccenti mediatori culturali, anch’ essi sorti e riprodottisi esponenzialmente tra le diverse comunità presenti in Italia, sostenere, tra l’altro, a chi invocava la conservazione della identità italiana. “l’ identità italiana è quella di un paese cosmopolita…”. Come dire che non ne abbiamo di precise. Che ci considerano tutti figli di puttane e di padri ignoti. Che, perciò, dobbiamo far accomodare chiunque, non solo i profughi ma anche avventurieri, cedergli il posto, spartire, integrarci per legge e per minaccia o intimidazione.
Mentre le nostre città e monumenti storici-artistici sono in mano a chi le usa impunemente come latrine a cielo aperto, ci danno del razzista a tutto spiano e fingono di ignorare che è tra le popolazioni africane che si pratica ancora il più accentuato razzismo del mondo. Tanto per citarne ad esempio, in risposta a qualche voce arrogante e pretenziosa di nobile stirpe: solo nella penisola somala la società è divisa nettamente in quattro gruppi principali: Somali, Galla, Negri e paria d’incerta origine. Lungo la costa si trovano gruppi arabi o di altre provenienze asiatiche. “I Somali si distinguono in cinque gruppi principali: nella Somalia settentrionale Isāq, Darod e Dir; nella Somalia meridionale Hauia (Hawiyya) e Dighil; di questi cinque gruppi, soltanto i primi quattro si considerano di origine nobile e più pura, mentre l’ultimo è considerato inferiore, e infatti i Dighil sono dai gruppi più nobili accomunati con i negroidi ex-schiavi nell’appellativo di Sab. Nella Somalia meridionale i gruppi che abitano nel nord (Isāq, Dir e Darod) sono alla loro volta conosciuti col nomignolo di Heggi… le popolazioni di cacciatori Sanye e Boni hanno invece una propria autonomia, pure essendo ritenuti di bassa casta”. Ma gli esempi di vero razzismo sarebbero centinaia in tutto il continente africano e nessuno li denuncia.
E’ la nefasta eco di coloro che, papi e papesse, dal comodo sicuro del loro scranno predicano le dissennate teorie delle porte spalancate, mirano ad una disastrosa deregulation di benvenuto, ad una depauperazione socio-giuridico-economica degli italiani. E per tacitare le voci contrarie, inventano reati di opinione, di istigazione all’ odio razziale, di procurato allarme, etc.
Il Papa, padre di una Chiesa che non ha messo a disposizione ancora nulla del suo, immemore e patrigno dei milioni di italiani derelitti e abbandonati dallo Stato alle più sordide miserie e ai numerosi suicidi di disperati, alimenta pericolosamente velleità e rigorose quanto incongrue pretese verso noi italiani diffondendo parole inappropriate e che ci disconoscono l’ evidenza di un immane sforzo d’accoglienza in atto e distorcono la verità a nostro danno. Ci accusa pubblicamente di violenza e di compiere atti di ‘guerra’ contro i venuti: invece, la calamità della guerra è soltanto quella di chi, disconoscendo ogni regola e in violazione di ogni nostro diritto, con la forza del numero sta venendo ad occuparci e a soverchiarci, organizzati da scafisti di mare e di terra.
Ma le sorti di una intera nazione non può essere affidata alle decisioni di pochi scriteriati, esaltati o consapevoli eversori.

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