Note a margine n. 356

poesia

TREE-FASI e DOLORE PER AMICO

Ieri, ho incontrato dei versi. Mi accade sempre più raramente che mi soffermi a leggerne quando mi muovo nel contesto del contemporaneo dove è sempre più frequente imbattersi in un intrico di scorciatoie sommarie vicarianti di un’ alternativa espressione che deponga a favore di una idea precisa. Spesso ci si deve fare largo attraverso una densa cortina di fumo che l’ autore frappone tra l’ intelligenza del lettore e l’ osticità del suo retropensiero, talmente retro da essere inaccessibile, magari per dissimulare una ruberia o un riciclo, contando sulla smemoratezza del lettore. Con l’ ambiguità, complice fissa. Ma incappando male, a volte.
Ieri, ho incontrato dei versi, questa volta di Anna Posa, che ho dovuto rileggere più volte: è il caso di TREE-FASI, dove la seconda E mi indispettisce per la sua impenetrabilità semantica e mi fa ipotizzare persino un refuso di stampa, così come quando leggo e rimugino sul penultimo verso che “il deserto Ha fretta” e quella maiuscola mi innervosisce. Non nascondo che l’ Astro, che si avvia, sosta diffondendo luce e caldo, che poi scivola via, mi fa pensare tout court al sole, al suo giro astrale, mentre l’ Autrice insiste sul mutare delle lunghezze d’onda cromatiche del suo giallo. E sul declinare del “bordo” che mi evoca l’ orizzonte nelle diverse filtrazioni di luce, che ci taglia fuori dal limitare del distante-circostante deserto, incerto, poi noto e poi oscurato (dalla notte?). Così il conto torna. Se, poi, l’ Autrice aveva in mente altro, vorrà perdonarmi: ho l’attenuante dell’ età che mi rende audace anche nella interpretazione dei suoi versi composti in DOLORE AMICO dove l’ ispirazione esce dal cono d’ ombra del ripiegamento su se stesso. E sente di poter affrontare vis à vis la sofferenza contestandogli apertis verbis scotimenti, cancellazioni, arresti. E, parlando in confidenziale seconda persona, si rivolge al dolore, identificato soltanto nel titolo ed assente nel testo – dissimulato, compresso e secretato a lungo – gli scopre le carte in tavola, ne mette a nudo le aspettative connesse alle raffiche del vento/tempo, che sa raccogliere ed insieme accogliere, accostato in attesa, sulle labbra di un cratere non più paziente della propria inerzia indotta, pronto ad incenerire tutto d’ intorno di bianco a partire dall’orlo. Ma la lunga frequentazione del dolore, a dispetto del titolo del componimento, mai lo promuove “amico”, nemmeno a parole. Lo vedrei, piuttosto, come un invadente compagno di lungo viaggio. Da liberarsene al più presto, malgrado la pericolosa assuefazione. N’ est ce pas?

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2 risposte a Note a margine n. 356

  1. helena ha detto:

    Non ne so nulla. Magari Papa Francesco se la sarebbe cavata dicendo: “Ma chi sono io per giudicare !”, e lentamente avrebbe chiuso il libro, sicuro di essere perdonato.
    Senza aver tenuto tra le mani titoli e versi dei due componimenti esposti nella magistrale analisi di Lamacchia, era come se li stessi leggendo e la curiosita’ di andarmeli a cercare se ne e’ andata invece per i fatti suoi. Se l’oscurita’ e’ eccessiva, il verso diventa inaccessibile all’altro, all’altro a cui dovrebbe andare incontro per un abbraccio di emozioni. Nella musica, nella pittura, nella politica e nell’architettura, tutto alla ricerca e all’incontro dell’altro; altrimenti e’ roba da niente.

  2. Jeep ha detto:

    Caro Prof., non conosco l’ Autrice di cui Lei ha delineato una accurata e gradevole analisi critica attraverso la lettura di un paio di componimenti in versi. Devo dire, tuttavia, che penso debba trattarsi di una produzione di un certo interesse letterario; almeno questa è l’ impressione che si riporta dagli elementi che Lei ha sottolineato in senso positivo. Vorrei saperne di più. Grazie.

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