Note a margine n. 288

 

 

buco

DA UN BUCO

Forse l’autodenigrazione masochista e l’ autolesionismo sono entrate da qualche buco nascosto e poi sono dilagate ad occupare quello che potrebbe essere oggi l’ unico o il più diffuso denominatore comune del nostro modo di pensare. Forse perché avvertiamo la seduzione pericolosa che, poi, venga qualcuno a darci una pagella con i voti e ci dica, beh pensavo peggio. E l’ idea di essere piaciuti almeno un po’ ci gratifichi. Noi abbiamo assoluto bisogno di piacere, è il nostro punto debolissimo, il nostro tallone di Achille Per quanti veri guai stiano imperversando su questa nostra terra, è stupidamente sufficiente che il primo straniero di passaggio proclami l’ amenità del nostro clima, dei nostri paesaggi, del nostro sole/mare, del nostro cibo e persino della nostra passionalità sentimentale mascolina, per farci felici e contenti, come bambini ritardati e lo scemo del paese. Gli stranieri, specie dello spettacolo, conoscono bene questa nostra debolezza mentale, i loro ghostwriter gli preparano i testi delle battute alla “Come tu mi vuoi” per fare breccia nei nostri petti gonfi di patriottismo edonista e pallonista, e loro, quando sono qui, le ripetono paro paro sorridendo mentre riscuotono il soldo dalla nostra cretinaggine. Epperò, aldilà delle parole, non abbiamo ancora perso il vizietto di sentirci “diversamente bravi”, “diversamente speciali”, e autodenigrandoci vogliamo mostrare una capacità particolare, quella di prendere atto con intelligenza delle nostre stesse debolezze. Un ossimoro concettuale. Ma ci teniamo troppo ad avere qualcosa in più rispetto agli altri. In questo mannello mentale, tuttavia non c’ è traccia di una onesta capacità di autocritica costruttiva, troppo sforzo, una violenza al nostro individualismo sfrenato, competitivo e litigioso verso gli altri connazionali. E lì che diamo il meglio dell’ arroganza, del bizantinismo, dell’ appartenenza classista o politica, della sordità alle ragioni degli altri, che hanno sempre torto ma potrebbero anche aver ragione. E questo mio non è un ulteriore sparlare ma un modesto tentativo di uscire da un impasse autocastrante che induce qualcuno anche a storpiarci il nostro stesso nome, usando il termine sprezzante di itagliani.
Dopo tutto, anche noi abbiamo la nostra Weltanschauung. Disastrata; ma è quella dei poveri. Ma non è la mia.

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3 risposte a Note a margine n. 288

  1. helena ha detto:

    E’ il giorno del cambiamento del calendario, bisogna farlo per non perdere di vista la realta’. Te lo ricordano anche gli odori che sono nell’aria e quelli che entrano a farne parte uscendo dal fornelli delle case, e sono quasi sapori. Te lo ricorda un suono antico soffiato da un antico corno, e ti sembra un canto di culla… dovrei spalancare la bocca il naso e le orecchie, ma cambiato il calendario che balbetta 5774, gli ho fatto una carezza e appena buio me ne sono andata tutta sola a trovare il mare, portandomi dietro quel Sehnsucht straniero, intraducibile in italiano, e l’Italia mi e’ sembrata ancora piu’ lontana, aveva perso i suoi profumi, i suoi sapori e quasi la memoria.
    Gli italiani all’estero stanno bene, vivono nella loro comunita’, vivono occupando un piccolo spazio senza gustarne i piaceri ne’ patirne i dolori. Io non sono una italiana all’estero, sono una italiana fuori dall’Italia, fuori dalla lingua che scrivo con coraggio con le poche parole che mi restano, battendo miseramente i tasti di una misera tastiera.
    A tout le monde: Shana’ Tova’ Beaucoup de miel, de pommes et d’amour.

  2. Benedicta ha detto:

    Professore, queste Sue sono parole da far riflettere molto. In parte mi ci sono riconosciuta, ahimè, e ho riconosciuto amici e conoscenti. Siamo gente particolare, davvero, un lavoro lasciato a metà che il Signore non sapeva decidere come continuare. Poi gli è piaciuto lasciarci così.Ecco perché siamo unici. Lui è abituato a fare le cose perbene. Ciao.

  3. Frida ha detto:

    Bravissimo davvero, Prof. Lamacchia, ne ho lette tante sulla italianità, ma mai mi era occorso di avere sotto gli occhi un’analisi così puntuale, oggettiva, e, seppur succinta, esaustiva e senza le solite lamentele. Grazie di cuore..

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