Note a margine n. 267

inganno

FAS E IUS

Ne hanno beccato un altro ancora. Un alto prelato il cui peccato non è tanto quel di rubare a man bassa, quanto quello dell’ ipocrisia truffaldina, dell’ impostura, cioè quello di porsi come salvatore di anime, di professare pubblicamente dei principi in cui lui stesso e per primo non crede e non osserva. E gli baciavano l’ anello, in segno di devozione.
Non è il primo, purtroppo, e non sarà l’ ultimo. Questo quanto al fas.
Quanto al ius, siamo costretti di continuo a prendere atto di una realtà del tutto diversa da quella che immaginavamo, e, almeno per ora, mancano elementi che delineino ragionevoli prospettive di un ritorno al pur difficile rigore della nobiltà della funzione.
In mancanza di questi due punti cardinali di orientamento, ci accorgiamo di quanto sia disperante questa nostra realtà che ci costringe alla diffidenza, alla dissacrazione, alla solitudine, allo sconforto lacerante.
Non mi sono mai sentito così solo, prima d’ ora. E mi chiedo se la probità sia ancora, o sia mai stata una virtù. O una illusione, un inganno che, invece, ci fa perdere il meglio della vita. Forse non torneremo ad essere polvere: lo siamo già sempre stati.

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