Note a margine n. 184

DERELITTI …E CASTIGHI

Un vizio atavico degli italiani, in genere, radicato nel fisico e nella mente, comune denominatore al nord, al centro al sud isole comprese, sempre più patetico quando lo si raffronti alla realtà del quotidiano, è quello di appartenere; di volere appartenere. Pare una costante, una idea fissa, anche a livello inconscio.
Dell’ egoista si dice che vuole avere per sé; come si chiama chi vuole “essere di”? Boh.
Non so se sia il peggiore dei vizi italiani ma pare certo che questo brilli davvero, almeno come dante causa di una serie di peccati, svantaggi, sofferenze, angustie, ristrettezze di visione, di percezioni, di proiezioni. Ma, confesso che temo sinceramente trattarsi di una specie di inesorabile vincolo di destinazione, forse fatale, forse imputabile agli incroci di paralleli e meridiani e alla varietà climatica, alle numerose storiche fusioni razziali, forse ad un ancora impercetto codice genetico.
Qui da noi, pare che l’ appartenenza sia la pregiudiziale di ogni progetto o architettura sociale, culturale, politica, etica; sia la condicio essenziale per utilizzare un parametro valutativo del bene e del male, altrimenti non individuabile, non ricavabile aliunde se non dalla sicurezza ricavabile dalla consapevolezza, dal sentimento dell’ appartenenza che ci dota, tra l’altro, della sua scala di misura.
Si vuole appartenere ad una madre, ad una famiglia, ad un condominio, un rione, ad un quartiere, ad una città, una provincia, una regione: più difficile appartenere all’ Italia: fa nazionalprovinciale. Si vuole appartenere ad una squadra sportiva, ad un gruppo, ad una tifoseria, ad una curva, ad un movimento, ad una scuola, ad una azienda, ad un sindacato, ad un partito, ad una corrente. Quanto a questi ultimi, l’appartenenza insegna che la propria è una qualità, tutte le altre sono deprecabili “ismi”, quelli storici e quelli cronachistici affluiti dal tocco di tastiera ultra veloce o da cervelli in comodato d’uso ed in debito di produttività oleografica.
Nessuno si sente più solo, derelitto, inutile, depresso, piccolo, di colui che non riesce ad appartenere, magari perché non può, o non sa, o non vuole.
Chi appartiene, infatti, prima di tutto, si conta, e poi si pondera, si valuta, si stima. L’appartenente è molto di più di un uomo, è una categoria, un’associazione, un comitato, un movimento, una classe, una corporazione che ci fa valere molto di più di una misera unità. Il suo concetto di libertà? Quello di scegliere a chi appartenere.
P.e. Che conta per un professore, un magistrato, un militare, un avvocato, un giornalista, il dire: “Mi stai offendendo, ce l’ hai con me!?” molto più efficace, intimidatorio, aggressivo, poter dire invece: “Stai offendendo – che so – la magistratura, le forze armate, l’ avvocatura, la stampa!”. Qui si denuncia con scandalo una guerra santa, il delitto della destabilizzazione, si eccita il giusto risentimento di una categoria sociale protetta da riconoscimenti pregressi e determinata a conservarli o acquisirne altri. Ecco, l’ uomo vuole sentirsi protetto da una sua massa, anzi, vuole esserne cellula. L’ area di appartenenza delimita il suo universo ed il suo universo è la sua placenta donde trarre il nutrimento del liquido amniotico essenziale per la sopravvivenza. Che sicurezza dà il cordone ombelicale che ci collega strettamente, ci fa appartenere!
Una tessera in tasca, un contrassegno, un distintivo, sono come una camicia, una divisa, uno scudo, spesso, anche un’ arma e non solo di difesa. Un ubi consistam ambito, necessario e sufficiente a sollevarci dai vuoti, dalle miserie, dalla caducità del nostro essere un semplice individuo.
Chi non appartiene è nudo; egli non può contarsi che su di un solo dito, è poco o nulla, non rappresenta che il pochissimo di se stesso, nemmeno una modestissima percentuale di una grandezza, neanche un minimo per accedere alla socioumanità che vale e che accredita.
Chi si riconosce nel pensiero di un capo, di un maestro, si autostima, parla al plurale ma non quello maiestatis. Ama difendere il capo ad ogni costo perché è il suo istinto di conservazione che lo guida in questa direzione. Il capo, ovviamente, può essere anche o soltanto spirituale. Non gli si chiede nulla in particolare, il sentimento di appartenergli è già appagante di per sé, è il nostro diploma, la nostra abilitazione, la nostra lettera di credito Le pareti delle stanze raccontano la nostra forza e la nostra fragilità: gagliardetti scudetti, crocifissi (quando si può), padrepii, e santità varie: el Che, M.L. King, S.Allende, P.P.Pasolini… la consapevolezza della protezione o la speranza di essere cooptati donano il senso di una vicinanza ideale che omologa, dà lustro, diritto di parola, di essere ascoltati.
Ma che fine hanno fatto gli altri, i laici, les enfants du paradis, quelli dal pensiero non omologato, quelli che non vogliono o che non sanno appartenere, quasi derelitti per destinazione? Sapete quella patetica modesta quantità di persone che non contano, che sopravvivono spoglie dei valori aggiunti assicurati dalla santa appartenenza e sempre in prova al banco del pensatore scollegato, figlio diseredato di una Umanità composta da insiemi?
Devo rifletterci. Potrei sempre ravvedermi. A lungo andare, mi deprime il sentirmi solo e piccolo, e sopratutto, coniugato al singolare.

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