Note a margine n. 166

UN BAMBINO, UNA VERGOGNA

Se c’ è un bambino di dieci anni che crescerà nell’ odio irreversibile verso il padre, nella ripugnanza delle forze dell’ ordine, nel risentimento profondo verso un magistrato, questo è certamente a Padova. Anzi, ora forse non più, sbattuto già chissà dove per essere confinato tra le mura di una casa famiglia in attesa di essere poi consegnato nelle mani del padre.
Un provvedimento che non può lasciare indifferente, eseguito senza un minimo della necessaria preparazione psicologica e con una cruenza degna del migliore assassino incallito aduso al linguaggio della brutalità bestiale.
L’ abbiamo vista tutta la scena, fortunosamente ripresa in video ed audio da un telefonino che sta girando in internet. Cercatelo il video, prima che lo oscurino in questo nostro Paese civile e libero.
A tutti gli effetti, per le modalità di esecuzione, se gli avessero tolto l’audio, l’avremmo scambiato per un rapimento in piena mattina, all’ ingresso della scuola, di un bimbo accompagnato dalla zia e dai nonni materni ai quali è stato possibile solamente urlare di disperazione, anzi, allontanati con malagrazia. Ci chiediamo con raccapriccio dove fosse defilato in quei momenti di inaudita violenza il padre amoroso che ha avviato questo vergognoso episodio e che cinicamente ha lasciato che si consumasse sulla pelle dell’ amato figlioletto un trattamento che lo marchierà a fuoco e a vita.
Nella civilissima Padova, Italia, si è consumata una storiaccia granguignolesca ed è stata scritta una delle più orribili pagine giudiziarie ai danni di un piccolo innocente, piangente ed urlante di terrore, invocante l’aiuto della giovane zia impotente innanzi allo strappo, trascinato da mani e piedi come un vitello portato al macello da braccia e mani impietose, vinto da un destino inesorabile che si è abbattuto su di lui sotto forma di legalità. Che, in quanto legalità, tuttavia, può fare ugualmente scempio della vita di un giovanissimo cittadino che si vergognerà a vita, non potrà dimenticare e avrà ragioni da vendere per non perdonare mandanti ed esecutori.
Un bambino che, senza essere stato ascoltato, è stato strappato alla madre separata per essere consegnato come un pacco o una bestia al padre per essere “resettato”: dicono dalla sindrome di PAS, un bidone parascientifico diagnosticato unilateralmente da qualcuno. E’ arrivato fresco fresco dall’ US questo acronimo con cui viene indicata una presunta particolare sindrome da alienazione genitoriale. Secondo i giudici la madre avrebbe influenzato negativamente le opinioni del bimbo nei confronti del padre, mettendo in pratica una sorta di “lavaggio del cervello”, una depurazione mentale per programmarlo a riallacciare un buon rapporto con il padre. Tutto questo in base a una scienza pattume importata dall’America. Tra i tanti dubbi, le reciproche ragioni o torti coniugali, una cosa è certa: mai e per nessuna ragione un buon padre si sarebbe reso responsabile di simili atrocità ai danni del suo bambino.
Forse al piccoletto sarebbe andata meglio in Romania, senza offesa naturalmente.
Diranno che la forza è stata necessaria a causa della resistenza opposta dalla zia e dai nonni; che si è agito nell’ adempimento di un dovere; nel frattempo dicono che si è avviata una indagine interna: sappiamo già come andrà finire, il ricordo di Genova è ancora bruciante, alla mamma, nel frattempo, è stato poi impedito persino di far visitare da un pediatra sul cui stato non si hanno notizie. Nell’ angoscia del silenzio – dopo tanto fragore – riecheggiano le urla di un bambino che impazziva di terrore. Forse comincia così il processo di “resettazione” riservatogli dal destino di essere nato in questo Paese farneticante e alla deriva.
Poteva essere il nostro bambino. Il loro bambino. Vergogna!

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