Note a margine n. 134

LA SECRETAZIONE…CHE PECCATO

C’era una volta un buon giornalista che, quando diventò un grande giornalista, dimenticò di essere un giornalista. Cose che accadono quando si accetta troppo disinvoltamente un ruolo impegnativo
E allora avviene che, nel malcapitato/boncapitato aureolato firma di punta, l’ ansia da prestazione – che mai più, da quel momento, può essere lasciata al nulla d’ intentato – stuzzica persino le parti molli della pancia e sotto, per vedere se racimola lì quello che nella testa non trova.
Non so se sia esattamente il caso del giornalista Sandro Viola il quale, su Repubblica del 09 gennaio 92, pubblicò “Falcone, che peccato…” una dura strigliata a un magistrato, Giovanni Falcone, esponendo quelli che, per lui, dovevano costituire motivi di sdegno-commiserazione-sarcasmo verso un “guitto” (sic!) impegnato nello show dell’ epifania mediatica e “dominato da un impulso irrefrenabile a parlare…” (sic), nello sfoggio di un “eccesso di verbosità” nebulosa.
Altri e altrettanti apprezzamenti in stile e omogenea lucidità di analisi si susseguivano nel “pezzo” che la direzione di Repubblica si è recentemente affrettata a far sparire dai propri archivi, forse trovandovi un qualche motivo per non più condividere col pubblico il contenuto del prezioso elzeviro del suo lungimirante campione il quale, evidentemente, aveva messo il piede in una cacca. E se l’ è poi portata appresso attaccata alle suole. Fetore compreso.
Non so sia esattamente il caso del giornalista Sandro Viola, ma che di qualcosa di molto simile si tratta è certo, così come l’ iconoclasta redazione involontariamente ha confermato con la sua pezza a colore della eliminazione dall’ archivio. Straccetti, comunque.
Anche perché, poi, il furbetto scriba scalfariano – che dalla grancassa del foglio s’accaniva contro quella che riteneva la faccenderia politicante del magistrato Falcone – mai ha speso una altrettanto efficace e inequivoca parola di reprimenda verso le successive e abbondanti cordate mediatiche-giudiziarie che di politicheria fecero quotidiana carne di porco in video, audio e aula. Lasciando le stimmate soltanto al primo; forse per una scelta la cui logica potrebbe raccordarsi in sintonia con gli eventi sanguinosi che seguirono in danno del personaggio prescelto per il suo sgargiante crucifige in due colonne. Se lo avesse fatto, si sarebbe potuto credere alla sua buona fede. Ma, invece, i pesi e le misure diverse depongono a tutto favore del contrario.
Parlare adesso, ancorché in senso ironico, di lungimiranza e di acutezza di analisi giornalistica, mi parrebbe ora persino troppo impietoso verso l’ illustrato editorialista che, malgrado tutto, ha superato la venerabile soglia degli 80 e che deve aver lasciato odiosi dubbi sul suo conto, dopo che il suo nome (in codice: Zhukov), vero o falso che sia, apparve in buona compagnia nel famigerato dossier Mitrokhin, come contatto del KGB a Roma.
Cose che accadono col disinvolto esercizio della libertà di stampa e di parola che spesso debordano nello sproloquio o eloquio ideologico-umorale.
Circa cinque mesi dopo il magistrato tanto attenzionato veniva ucciso in Sicilia dalla mafia e con lui chi l’accompagnava, non certamente in gita di piacere. E non certamente per il suo innocuo “guitto… presenzialismo” rinfacciatogli dallo scriba – che la mafia se ne sarebbe altamente fregata – ma per l’ attiva e serrata opera di lotta, mai smessa, e dissimulata dal magistrato anche dietro svianti paraventi e diversivi mediatatici. Sin troppo intuibile pensare a qualcosa di molto pericoloso per la mafia. E di utile per la società civile.
Prego: nessuna meraviglia; tanto si sa: poi, a galla torna sempre ciò che deve tornarvi per la particolare specificità dei pesi e delle misure. Parlando con decenza, s’ intende, Sandro Viola, che peccato…
E per lasciare il tutto al giudizio dei pochi miei lettori, qui riporto passi del testo del gioiello editoriale, ipocritamente secretato come lo sporco sotto il tappeto, così come fortunosamente recuperato alla luce.

“Da qualche tempo sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato….” “Egli è stato preso infatti da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana – a cominciare, sfortunatamente per la Repubblica, dal Presidente della Repubblica – spingendoli a gareggiare con i comici del sabato sera”…”Quel che temo è che a questo punto il giudice Falcone non potrebbe più placarsi con un paio di interviste all’anno. La logica e le trappole dell’ informazione di massa, le sirene della notorietà televisiva tendono a trasformare in ansiosi esibizionisti anche uomini che erano, all’origine, del tutto equilibrati…”
“Scorrendo il libro-intervista di Falcone «Cose di cosa nostra» s’avverte (anche per il concorso di una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi”. “…ci si chiede perché un valoroso magistrato desideri essere un mediocre pubblicista”.

Viola, che peccato…

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