Note a margine n. 120

DECORO E DECORAZIONI

Nella tradizione della retorica della Resistenza italiana abbondano nomi aureolati. Parlarne qui e ancora non soltanto sarebbe impresa non da poco, ma altresì inutile per chi già ne ha idee consolidate e per chi ne sa poco o nulla e si accontenta di accodarsi al mandriano che guida alla migliore pastura.
Voglio soltanto esprimere in poche parole un mio sconcerto al quale non riesco trovare rimedio adeguato, con tanta invidia verso chi ha pensieri lucidi, sicuri, garantiti.
Ho letto su Repubblica di qualche giorno fa un addio encomiastico a Rosario Bentivegna (morto a 90 anni), autore dell’attentato di via Rasella, “…eroe della Resistenza a Roma…” , “uno straordinario contributo alla Liberazione e al ritorno della democrazia…”, “un eroe… un uomo coraggioso che con pochissime armi ha impaurito l’occupante nazista…” , e ha terrorizzato, purtroppo, anche moltissimi romani i quali cominciarono a pregare il Signore che l’ audace Resistente andasse a fare altrove le sue prossime eroiche imprese. Testimoni dell’ epoca mi hanno raccontato che, tra i cittadini, furono in molti (oltre ai nazisti) a cercarlo per …metterlo in condizione di non nuocere. Perché la violenza nazista era già sufficiente a farli vivere nel terrore.
Non fu cosa facile, infatti, accettare che, per l’eroica impresa del Bentivegna in cui furono ammazzati due civili italiani (uno dei quali, Pietro Zuccheretti, di appena 13 anni) e 33 militari tedeschi, pagassero 335 romani innocenti, tra civili e militari rastrellati, alle fosse Ardeatine, come rappresaglia nazista, non essendosi dichiarato il vero eroe responsabile cui era stato dato un termine per consegnarsi.
Evidentemente, sono io che non lo capisco, che ho una idea distorta dell’ eroismo, e, pertanto, a proposito di eroi martiri della Resistenza, ho come punto di riferimento lo spontaneo martirio di Salvo D’ Acquisto, sacrificatosi all’ età di 23 anni, immolatosi – assumendosi colpe non sue – per salvare un gruppo di civili italiani dalla alternativa di una cruenta rappresaglia nazista. Decorato con la medaglia d’oro.
Il primo, invece, lasciò che altri innocenti pagassero per sue responsabilità. Decorato con la medaglia d’oro.
I farabutti li chiamano entrambi ugualmente eroi. Ed io mi convinco sempre più di vivere in una paese di merdacce. Medaglie d’oro a tutti, tranne me: io preferisco il decoro.

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Una risposta a Note a margine n. 120

  1. D. ha detto:

    Gent.mo Prof. Lamacchia

    Lei, puntuale come sempre, esprime il Suo “sconcerto” in “poche parole” che io però trovo molto eloquenti!
    Nelle Sue ultime due righe rivivo il ricordo delle parole di mio nonno che mi parlava ancora della Sua guerra, dei patimenti e del sacrificio, con tutte le conseguenze che poi si portò a casa, lui grande invalido.
    Delle sue “decorazioni” incorniciate, croci e medaglie, ne ho una parete.
    Le presi in occasione di una sua sfuriata quando, nel 1969, ricevette l’ennesima Onorificenza di Cavaliere, sdegnato staccò tutto dicendo che lui credeva nella Patria e che l’Italia (di allora, non oso pensare se fosse vissuto ancora oggi) per cui avrebbe dato la vita non meritava il suo sacrificio.
    Lei Professore me lo ricorda per il temperamento espressivo… ed il timbro delle parole, molto simili!
    A volte non aveva parole… ma solo parolacce!
    La ringrazio di cuore

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