Note a margine n. 89

SMOG-BLOG

Se avessi qualche anno di meno avrei potuto provare a dare la svolta, intimamente ambita, al mio blog. Il quale, invece, prendendo spunti qua e là, dalle mie limitate esperienze di vita piccola-borghese, ha dovuto accontentarsi di restare nella foschia delle nebbie inquinate e di rimanere una specie di smog-blog.
Qualcuno disse che, ad una certa età, si hanno più aneddoti da raccontare che idee da esporre. Ad una certa età e passa, poi, anche gli aneddoti sfumano e rimane solamente la vacuità, la banalità, e l’ovvietà ti si attacca alla pelle come un’ ombra e non riesci mai a raschiarla via, anche perché non ti accorgi di essere nel pieno di una full immersion. Che è subdola, surrettizia anche nel nome. Mentre se lo dici in italiano ti lanciano un sguardo di commiserazione.
E che credevi, mi starà apostrofando qualcuno in pectore – diciamolo pure, tra sé e sé – lo sapevi bene che per la notorietà culturale è necessario aver scritto almeno un libro di ricette di cucina con la presentazione di uno che conta: non so, vado a caso, Travaglio, Santoro, Costanzomaria De Filippi, Daddario, Rodriguez, Grillo, Trota, Eco, Celentano, Veltroni, Vecchioni… E se proprio non ci riesci, almeno un saggio contro il Berlusca e l’ incombente pericolo del suo ritorno. Letture che vanno, alla grande.
Che gli rispondi ad un cretino del genere? E sì, e questi, impegnati come sono, mo’ si vanno ad occupare proprio di me!? E, poi, come potrei mai pagargli il cachet?!
E allora? Allora niente, devo continuare arrabattarmi come posso e ad ispirarmi alla quotidianità, salvando ovviamente la privacy che, se invece scrivi o dici “riservatezza”, non la capiscono tutti e, magari, nel dubbio si incazzano pure, reclamano, stigmatizzano e s’ indignano a gogò.
Quando sento qualcuno che dice di studiare lingue moderne, mi preparo a sorbirmi una elencazione (compilation) che spazia dal russo, il mongolo, al giapponese, all’ arabo, persino al bantu, etc.: mai una che comprenda pure l’ italiano; forse – a buona ragione – da qualche tempo iscritta al gruppo delle lingue trapassate a migliore vita, roba da archeologia. Visto come questa stia cadendo sempre più in disuso.
Lo sapete che, nel nostro Paese, la causa dominante di aspre e lunghe conflittualità personali risiede nell’ uso improprio dell’ italiano e, per contro, nella limitatissima capacità di capire il giusto significato delle parole? Da giovane mi ci divertivo: apostrofai a casaccio una presuntuosa ragazzotta fresca di studi dicendole “propedeutica” e quella scatenò sceltissime volgarità contro le mie ascendenze; un’ altra volta, ad un Preside di scuola superiore gli dissi, in piena riunione, che mi dispiaceva che lui non lo capiva ancora, ma il suo metodo di dirigere l’ Istituto mancava di sineddoche. E quando lui pretese che fosse messo “a verbale” e minacciò di prendere gravi provvedimenti disciplinari contro il sottoscritto, io raggelai lui e tutti gli altri presenti replicando che non me fregava uno zeugma.
Ma questi sono casi limite, ovviamente; per fraintendersi ci vuole molto e molto meno. Tanti anni or sono, un giovane collega procuratore legale, redigendo un atto di citazione scrisse che il suo cliente, investito violentemente per strada da un’autovettura era stato ricoverato per 15 gg. in ospedale perché, avendo battuto i glutei sul selciato, era impossibilitato a deglutire normalmente. Prima della notifica, lo salvai in tempo dalla rovina ma mi feci un nemico mortale.
Capitato per puro caso in un salotto di una certa eleganza, non ricordo come, fui coinvolto nelle larghe trame di una conversazione tra signori in smoking e signore in lungo. Accadde che si parlasse di arredatori di appartamenti, e di stili di bagni.
Ad un certo punto, direttamente interpellato, si impose che dicessi anche la mia per non essere sgarbato. Avrei dovuto pronunciare “bidet” ma me ne vergognavo un po’ e dissi semicupio. A domanda, dovetti ripetere un paio di volte. Fui trafitto dagli sguardi vogliosi delle signore e signori presenti il cui architetto profumatamente pagato senza badare a spese, secondo loro, non ci aveva nemmeno pensato. Nessuno osò chiedermi come avessi fatto, ma tutte ebbero parole di disapprovazione verso questi professionisti che non sono abbastanza aggiornati. E si fanno pagare, eccome!
E così, all’ approssimarsi dello scoccare del nuovo anno, è tempo di rinnovamenti, anche nel lessico. Ma non so bene come fare. Ci proverò.
E il mio blog? Boh, che ne dite di farne un black blog, ed assicurarsi, così, da un lato, il tam tam della diffusione e della popolarità, e dall’altro, la immunità? Datemi una mano.

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