Note a margine n. 71

UN RACCONTO EMBLEMATICO ( 71 e… li dimostra )

Mi scrive un’amica dolendosi, più o meno: sono ignorantissima Michele, non ho mai approfondito i miei interessi, troppi, ho avuto sempre il desiderio di conoscere, sapere, così facendo un po’ di tutto nulla ho fatto bene.
A parte quella che, nello specifico, ritengo una inadeguatezza per difetto, avendo avuto già modo di cogliere nella scrivente elementi indicatori di tutt’ altro verso, prendo spunto per rimediare sull’ argomento qualche riflessione naïf e in ordine sparso.
Il sentirsi molto lontani dal sapere è concetto che appartiene alla sfera della riflessione e della capacita autocritica dell’ individuo. Potremmo, forse, individuare un rapporto di proporzionalità diretta tra i progressi ottenuti e la spinta ad ambire a mete sempre più lontane che, pertanto, accrescono le distanze. Non esiste il sapere assoluto e perfetto, così come non esiste l’ ignoranza assoluta e perfetta. Il mondo si è mosso grazie a coloro che hanno voluto saperne sempre più. Ne consegue che la misura del distacco intercorrente tra sapere e ignoranza non è dato oggettivo ma è quella che dipende dalla capacità di lettura e di interpretazione acquisita. Chi più sa, più sente di non sapere (e più pena per ciò che non ha raggiunto), chi meno sa, meno sente di non sapere (e meno pena per ciò che non ha raggiunto). In breve, la testa fa pensare e pensare rende infelici. Beata ignoranza, infelice sapere!
Non è un caso che l’ inizio della infelicità dell’ uomo lo si fa decorrere da quando egli ha colto il frutto di un albero (quello del sapere) che, invece, egli non doveva desiderare. Racconto emblematico, anche per i non credenti.
Allo stesso modo, le nostre opere sono oggetto di misurazione e noi autori siamo oggetto di valutazione da parte di terzi agli occhi dei quali opere ed autori appariranno colti o ignoranti in relazione alla loro diversa e soggettiva capacità di percezione, e quest’ ultima – anche in relazione allo stesso soggetto – è mutevole, contestualizzata, condizionata da una serie infinita di fattori interferenti che, in pratica, ne impediscono la oggettività. Se, poi, a questo aggiungiamo anche la diversissima capacità che intercorre tra diversi soggetti di esprimere ciò che essi percepiscono, dobbiamo abbandonare l’ idea di semplificare il tutto titolando, tout court. Non si può pretendere che il prossimo (che pur ci giudica volentieri e ci valuta, ci misura a tutto spiano) sappia di tassonomia e di scale di Bloom, di Guilford, di Gagné, o di docimologia. Non ne sa nemmeno la gran parte dei docenti ed esaminatori, parola mia, benché lo dovrebbero per professione.
Penso che ignorante e colto siano rimedi lessicali di sintesi, come buono e cattivo, come bello e brutto, libero e schiavo, etc. che occupano le nostre categorie mentali nelle quali incaselliamo o ci incaselliamo convinti di mettere ordine nelle nostre idee e di poterle ritrovare facilmente prêt-à-porter al momento opportuno come in un classificatore. Se ci chiedono, all’ improvviso, com’ è tizio, com’ è caio? (soggetti che conosciamo), non ci rifletteremo un attimo: apriremo una cartella del nostro archivio mentale e leggeremo semplicemente: buono, bello, etc.
Accade, anche, che appariamo colti e ignoranti ad un tempo, non soltanto a due soggetti diversi, ma persino ai nostri stessi occhi. E noi così duali e bivalenti lo siamo per davvero, dobbiamo prenderne atto, accettarlo, anche se non condividiamo, anche se non ne siamo contenti. “Poco se mi considero e molto se mi confronto” ripeteva un mio anziano amico scrittore e giornalista di ottima cultura liberale e liberista.
Tuttavia, non si impara per ricevere la misurazione del nostro lavoro o la valutazione della nostra personalità, ma per innato ulisside desiderio di conoscere connesso alla nostra natura umana: “…fatti non foste per vivere come bruti ma per seguir virtute e canoscenza…”.
Certo, le esigenze della sopravvivenza impongono apprendimenti ampi e specializzazioni da offrire e fare preferire sul mercato di una società diversificata e concorrenziale sotto forma di servizi o di beni, per lo scambio con ciò che ci serve o che, comunque, desideriamo ottenere. Ma qui, forse, sarebbe più proprio parlare di addestramento, di abilità che, in certo senso, sono derivazioni del sapere ma non sono il sapere. Non possono ignorarsi, infatti, le interazioni del sapere con il talento, le inclinazioni personali, etc.
E quanto a questo, ci si pone una domanda: è preferibile un sapere ampio e meno approfondito, o un altro delimitato ma esaustivo? Meglio cavarsela concretamente in molte cose o essere campioni di poche cose? Penso che i termini del quesito siano capziosi: in termini di utilitarismo, di efficienza, di efficacia, la preferibilità va necessariamente contestualizzata e le due fattispecie non mi sembrano contrastanti ma piuttosto eterogenee, eppertanto non possono paragonarsi.
E il sapere solo in termini di conoscenza pura? Penso che sia solo un’ astrazione e, comunque, questa è una delle tante cose che non so come fare per sapere. E’ roba da intellettuali in su o da quelli che “non danno risposte ma ampliano le domande”.

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2 risposte a Note a margine n. 71

  1. helena ha detto:

    ” il sapere solo in termini di conoscenza pura che cosa e’? ” domanda che solo i dotti, i colti – e sono pochi – si pongono, alla quale i grandi filosofi del passato assai remoto e di quello prossimo, hanno dato risposte affatto diverse, ciascuno di loro convinto della giustezza del proprio pensiero. Questa, comunque, e’ una delle tante cose che Lamacchia non sa come fare per sapere : instancabile studioso, attentissimo a tutto cio’ che gli si muove intorno, e le risposte a tutto questo le ha date nelle sue opere letterarie, nello svolgimento della sua brillante professione, e perche’ no, in queste note a margine che sono gia’ settantuno (71), postate a ritmo talmente veloce, da non riuscire a capire come fa a ‘ jouer les touches de son clavier ‘ con cosi’ grande limpidezza e intensita’ di suoni.
    Io scrivo da lontano, la mia lingua madre si va impoverendo, e quella acquisita non suona la stessa musica, ma e’ d’obbligo conoscerla, scriverla e leggerla bene, altrimenti non sarebbe vita. Nelle strade e in qualsiasi luogo pubblico, si mescolano parole e voci che alla fine ti diventano pure familiari, li assimili, senza rendertene conto, e guai se cosi’ non fosse, ti sentiresti nella torre di Babele…! A chi sto raccontando queste cose? non lo so, io non vi ho visto mai, non ho incontrato ne’ lupi ne’ lupior e spero tanto che talpe non ve ne siano. Pertanto alla vostra compagnia mi sono un po’ abituata, vi saluto tutti augurando una buona giornata .

  2. helena ha detto:

    certo indietro non si torna, e se anche lo si potesse, si farebbero forse scelte diverse, ma verrebbero ugualmente considerate ‘scelte sbagliate’ : quelle giuste restano nel campo sempre piu’ verde del nostro vicino, anche se non sappiamo chi egli sia, tanto per restare al giusto posto dei tempi che corrono, e come corrono, corrono veloci, …e non hanno neanche la giacchetta alla quale si aggrappo’, non troppo lontano nel tempo, la simpatica Margharet, tirando forte quella di Yasser, che prosegui’ imperterrito in avanti, ligio alle leggi dei suoi ideali, proprio come fosse stato il Tempo , o il Vento.. che cura non possono prendersi dei poveri mortali, mai paghi dei giorni trascorsi. Recriminare penso non serva a nulla, forse meglio rivolgersi al poi, e tentare di mettere a profitto le scelte trascurate e messe da parte, magari chissa’, potremmo dire: ecco questo finalmente lo so fare proprio bene! Personalmente, sono convinta che almeno una cosa ‘proprio bene’ , la sappiano fare tutti, basta accontentarsi ed essere quasi contenti.
    Persino nel buio c’e’ qualcosa di bello, basta crederci!

    TO KNOW THE DARK
    To go in the dark with a light
    is to know the light.
    To know the dark, go dark.
    Go without sight, and find that
    the dark, too, blooms and sings,
    and is traveled by
    dark feet and dark wing

    CONOSCERE IL BUIO
    Andare al buio con la luce
    e’ conoscere la luce.
    Conoscere il buio e’ andare al buio.
    Vai ad occhi chiusi
    e scopri che anche il buio sboccia e canta,
    ed e’ percorso da oscuri piedi e oscure ali.
    ( Wendell Berry)

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