Note a margine n. 52

SPIACENTE

Nei suoi appunti apparsi qualche ora dopo i recenti fattacci norvegesi, Magdi Cristiano Allam, in un’ analisi necessariamente contenuta per via dei limitati spazi giornalistici, ha affermato, non senza motivare l’ idea: “…la verità è che sia il terrorismo islamico sia quello neonazista, si fondano sulla supremazia della razza o della religione, nel caso di Anders Behrin Breivik indicata come «cristiana», si equivalgono nella loro divisione faziosa dell’umanità dove loro, detentori di una verità assoluta…La Norvegia, al pari della Svezia, Gran Bretagna, Olanda e Germania, predica e pratica l’ideologia del multiculturalismo, concependo che l’accoglienza degli immigrati e più in generale il rapporto con il mondo della globalizzazione debbano portare a un cambiamento radicale della nostra civiltà, fino a vergognarci delle nostre radici giudaico-cristiane, a negare i valori non negoziabili, a tradire la nostra identità cristiana, ad anteporre l’amore per il prossimo alla salvaguardia dei legittimi interessi nazionali della popolazione autoctona, al punto da elargire a piene mani agli stranieri diritti e libertà senza chiedere loro l’ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole…Il razzismo che esplode nel contesto del multiculturalismo procede in senso letteralmente opposto…Al tempo stesso ammoniamo che il multiculturalismo è il terreno di coltura di un’ideologia razzista che fa proseliti tra quanti hanno la sensazione di non più a casa loro, che presto si ridurranno a essere minoranza e forse a esserne allontanati. Ecco perché multiculturalismo e razzismo sono di fatto due facce della stessa medaglia. La mia conclusione? Se vogliamo sconfiggere questo razzismo dobbiamo porre fine al multiculturalismo”.
Questo multiculturalismo; quello imposto per editto e unilateralmente, e, perciò, percepito come violenza, completo io, come ho avuto già modo di scrivere più volte da anni, aggiungendo che il multiculturalismo autentico e che può consolidarsi e resistere è soltanto quello che può germinare e svilupparsi spontaneamente sia nelle coscienze del popolo ospitante sia in negli individui sopraggiunti e che gli si presentano predisposti ad assumere stabilmente (e non di passaggio, come per un’andata per funghi o una battuta di caccia) le dimensioni di una civiltà diversa e che non si arroccano irremovibilmente in quella propria, portata appresso come una protesi fissa o un totem immodificabile.
Quanti padri, ogni anno in Italia, con la complicità di madri, fratelli e cognati, in nome di assiomi religiosi e/o tradizionali, uccidono le figlie inclini a condividere usi e mentalità del paese ospitante? Spesso, in alcuni miei articoli che risalgono a diversi anni (che, a richiesta, potrei riportare in queste pagine), avevo messo in guardia contro il pericolo del ritorno razzista anche nei Paesi, come l’ Italia, che razzisti non sono, e contro il rischio di una risposta difficilmente inquadrabile tout court nell’ideologia razzista, perché – pur avendone risvolti esterni analoghi – non di razzismo potrebbe trattarsi, ma bensì di reazione violenta ad altra violenza. La violenza amarissima della imposizione di un pensiero, unico ed omologato di autorità, dall’alto, quella di chi decide con legge ciò che invece dovrebbe essere lasciato sacrosantamente libero a crescere nell’ unico humus possibile: quello delle coscienze di ogni individuo, per i canali delle conoscenze del diverso, del rispetto reciproco delle identità, quello della responsabilità, quello della libera scelta, quello della consapevolezza di un processo in fieri che, promosso tra due individui a civiltà asincrona, può portare (non: deve) all’ accettazione ma non necessariamente alla condivisione, tanto meno paritaria che – ove possibile – potrebbe essere frutto soltanto di lunghe evoluzioni temporali, e consolidate libere scelte.
All’ imposizione, specialmente di pensiero, in genere si reagisce, lo si sa; e queste guerre sante scatenate dagli uomini delle istituzioni per “rieducare” il popolo ad essere altro – il popolo che li ha eletti – non sono mai meno cruente di altre di storica memoria.
Si possono prevenire o sanzionare atti, comportamenti: ma, a sopprimere o comprimere il libero pensiero a nulla servono le sanzioni minacciate da leggi illiberali e liberticide. Anzi, l’ esperienza dovrebbe far rammentare ai licurghi dei poveri e ai manettari torquemada che ci appestano la vita e minacciano la nostra esistenza come incubi permanenti, che certe leggi sono addirittura criminogene perché diventano esse stesse causa di ciò che vorrebbero evitare.
Lo si ricordi. Il popolo non è un gregge: i pastori del razzismo antitaliano facciano altrove le loro transumanze. In mancanza, loro e soltanto loro sarà la responsabilità delle deprecabili violenze tutt’ altro che imprevedibili.
Nel famoso romanzo “La legge” (che profetica coincidenza!) di Roger Vailland (edito per la prima volta in Italia nel 1958, ne conservo gelosamente una copia) i pastori abbrutiti dalla solitudine e dalle intemperie, si ‘consolavano’ inchiappettandosi le pecore, armati di bastone.
Non vorrei essere pastore. Ma tanto meno una pecora nelle sue…“mani”. Spiacente.

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