Note a margine n. 18

IL DESTINO DEGLI SCRITTI

Habent sua fata libelli? Lo riformulerei così, oggi, come domanda, questo asserto di Terenziano Mauro, prestigioso esponente dei “poetae novelli”, per la sua teoria: “Il destino degli scritti varia secondo il parere dei lettori” (pro captu lectoris habent sua fata libelli)
Si era verso la fine del II sec.-primo trentennio III sec.), quando germogliò e fiorì il movimento letterario ricordato come la “democratizzazione della cultura”.
E’ una domanda che, impietosa ed invasiva, occupa – facendo il vuoto intorno – la coscienza critica dello scrittore il quale – per sua fortuna, ma non per la nostra – non sempre ne è fornito a dovere, e ci sforna il drammatico inutile. Con la velleità dell’attendersi il riscontro ambito e non abbastanza governato. Ma il gusto dei lettori, oggi, è destino di seconda mano: quello originale è l’ incidenza del vociante apparire mediatico che pochi perdona: tra gli gli autori e tra i lettori. E’ la notorietà che decreta il livello di riconoscimento dell’arte, e non il contrario.
“I poeti dicono molte bugie” (Aristotele). Nel migliore dei casi, sono reticenti, aggiungo. Ah, se i poeti fossero uomini come scrivono! Se questa massa sterminata di versigrafi a gogò somigliasse almeno un po’ al solo contorno del loro emozionarsi addosso, con la location ben accomodata là dove l’ istinto asserragliato ha lasciato inavvertitamente un piccolo varco, tanto quanto basterebbe per farci entrare l’anima cosciente. Ma troppo spesso il passaggio è troppo segreto, oppure, viene scoperto ma è troppo impervio ed induce a desistere: meglio restarne fuori. Anche l’ anima ha le sue ragioni. Cerca solo passaggi comodi, in discesa. Nel dubbio, meglio restare a galleggiare nello stagno delle vacuità, l’ importante è l’effetto sonoro, è l’immagine che appare: e quella che ci immaginiamo. E’ l’eco confusa che si dilata dal seminulla del grafomane coûte que coûte. Il quale reclama pure i suoi umani diritti altrove conculcati. E magari non rispetta e conculca i nostri, propinandoci le sue pappine che s’attaccano ai denti. Peccato.

Ecco due parole di pudore, tra sentimento e risentimento, che dedico ai miei lettori, a proposito di poesie:

QUANDO RILEGGO

Quando rileggo le porcate
che ho scritto disposte in versi;
quando leggo le porcate
che hanno scritto disposte in versi,
le parole messe in mostra,
in bella luce,
col sapiente a capo che non dà di niente
e con la geometria abusiva
che sta solo nel vuoto della mente
dell’autore pretenzioso,
che non significano niente,
che rimesse in fila alla rinfusa darebbero
la stessa somma di idiozie
perché è idiota chi dice qualcosa del nulla
o di qualcosa non dice nulla;
quando sento che queste porcate
dicono siano dell’anima,
io vomito l’anima per prima
e mi tolgo questo pensiero.

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3 risposte a Note a margine n. 18

  1. helena ha detto:

    P. S. A scanso di equivoci, non è a Lela che ho risposto, bensì a note a margine 18,
    perche’ anche i lettori più sprovveduti possano con fiducia sognare di mondi che non
    conoscono; gli altri sanno ben capire quali siano quelli che possano tranquillamente
    gustarsi.

  2. helena ha detto:

    Ma allora perchè non fare un grande sforzo per far sì , data per scontata la
    consapevolezza, che simile sconcio non si ripeta ?

  3. lela ha detto:

    Il poeta è un fingitore

    Il poeta è un fingitore.
    Finge così completamente
    che arriva a fingere che è dolore
    il dolore che davvero sente.

    E quanti leggono ciò che scrive,
    nel dolore letto sentono proprio
    non i due che egli ha provato,
    ma solo quello che essi non hanno.

    E così sui binari in tondo
    gira, illudendo la ragione,
    questo trenino a molla
    che si chiama cuore.

    (Fernando Pessoa )

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