Note a margine n.8

Note a margine n. 8
SULL’ IDEALE: a d.r.

Ecco un abstract di conversazione paranatalizia, con un mio ex alunno – oggi della stessa età che ebbi ai tempi della sua adolescenza – che con me condivise il gusto della (quasi) libertà di pensiero.
D. Ma, prof., e l’ideale…che cosa è…ne esistono ancora…
R. Bella domanda; ma non ti aspettare definizioni, non vi ho mai raggirato col giochetto delle definizioni … posso semplicemente congetturare, ma tu prendilo con tanto di beneficio d’inventario, potrei essere approssimativo per eccesso, per difetto, influenzato da spinte pro o contro…, come tutti.
D. Lei non ci crede?
R. Esistono, esistono realtà che chiamiamo ‘ideali’; scusa, ho detto ‘realtà’ e ‘ideali’, forse, un involontario ossimoro. Ecco: si può immaginare che l’ideale – tra le mille altre cose possibili – sia la rappresentazione mentale di ciò che sia (o riteniamo) perfettamente adeguato alle nostre necessità materiali o spirituali che avvertiamo al momento. Per questo motivo, noi continuamente vi aspiriamo come se fosse un realtà che, unica, possa darci il pieno appagamento dei nostri aneliti – la felicità ? – dimenticando, tuttavia, che, per definizione, un ideale non può essere realtà. Rilevante è il tendervi, avere di mira una utopia come per indicazione di un percorso, di una direzione…
D. Soltanto questo?
R. Non è cosa da poco. Le necessità degli individui, uti singuli et uti cives, sono sempre contestualizzate. Esse sono causa-effetto della loro vitale mutevolezza e delle loro soggettive contingenze private e collettive, e perciò sono mutevoli anche gli ideali privati e collettivi (felicità pubblica e privata, secondo Albert Hirschman) come ipotesi perfetta del loro soddisfacimento.
D. Ma non può suggerirmi una idea un po’ più precisa?
R. Io non so ancora bene che cosa sia esattamente l’ideale. E confesso che provo una certa invidia per coloro che ne hanno maturato un concetto preciso, forte, radicato e non se ne smuovono.
D. Non vuole nemmeno azzardare una idea più concreta…?
R. Non me la sento. Da sprovveduto della materia, non posso avventurarmi sul terreno minato delle definizioni che, oltre ad un valore scolastico/didattico – pratico quanto approssimativo – ricevono da autoreferenziati maître à penser sguazzanti nell’ assertività, nelle vuotaggini dell’astrattezza intelligente, della dialettica polemica e del pirronismo accademico, materiale preziosissimo per la edificazione di diatribe spesso insulse ma ad effetto scenico assicurato.
Sai, si discute spesso dell’intelligenza. Comunemente questa è intesa come capacità di comprendere e di organizzare conseguentemente il proprio comportamento sia nel campo delle idee sia nel campo dell’attività pratica. Bene, si assume che questa sia dotata di tre possibili forme distinte: intelligenza astratta (comprensione delle idee e dei simboli), intelligenza pratica (attitudine ad affrontare problemi pratici) ed intelligenza sociale (gestire in maniera costruttiva i rapporti umani) e Binet ha messo a punto una sua scala per misurare il QI, come rapporto tra l’età mentale e quella cronologica.
D. Scusi, prof., ma questo che c’entra? Non parlavamo di ideali?
R. Scusami tu; ma la digressione mi pare utile. In proposito, propendo a condividere l’idea di Pessoa il quale, in riferimento alla “intelligenza astratta” ha scritto: “Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima”. Ecco; gli ideali spesso vengono manipolati e amministrati dalla intelligenza astratta e rischiano di disancorarsi del tutto anche dalle necessità effettive dell’ uomo.
D. Ma allora, perché discutere tanto di ideali?
R. Peggio sarebbe se non se ne parlasse, se ci si limitasse a seguirli come obbedendo ad un istinto naturale in silenzio caparbio, segreto, reticente…Ma anche parlarne non è semplice; purtroppo, accade che chi ha maturato un ideale è persuaso della sua unicità e giustezza; è portato anche a propugnarlo con la medesima forza ed intensità con cui vi crede, a fare proseliti, convinto che in questo modo, aumentando il numero di coloro che lo condividono, esso diventi più accessibile, realizzabile…
D. E questo non è un bene per l’Umanità?
R. Sì, ma va anche osservato che, come ho già detto, gli ideali nascono e sono spinti dalle necessità materiali e spirituali, vivono di necessità.
D. Allora ben vengano le necessità?
R. Sì, nella misura in cui esse possono essere soddisfatte e fanno muovere l’Umanità, tenendo sempre ben presente, però, che i bisogni umani sono infiniti e complementari. Il soddisfacimento di uno determina la nascita di un altro bisogno. Non esiste uomo o società che non sia portatrice di bisogni i quali, peraltro, non hanno pari grado e si distinguono in primari, quelli legati direttamente alla sopravvivenza (ad es. alimentarsi, coprirsi ed oggi, anche, l’acculturarsi elementare), in secondari legati al miglioramento delle condizioni di vita (ad es. disporre di telefoni portatili personali), e quelli terziari o superflui, che, per esclusione, non rientrano tra le due categorie suddette (ad es. possedere un motoscafo da diporto, adornarsi di un monile prezioso, vestirsi alla moda, profumarsi, fumare, etc.). Dove o quando le necessità siano temporaneamente ridotte, per avvenuto soddisfacimento dei bisogni, o non avvertite per indigenza culturale o per eccessi di personalismi, etc. gli ideali muoiono di inedia o si incarnano in contrapposte spinte conservatrici e rivoluzionarie (anche cicliche) che, in pratica, li sopprimono con violenza, confliggendo, prevaricando, conculcando, opprimendo. Per converso, lo stesso fenomeno si verifica anche quando le necessità siano fortemente acuite o nei contesti in cui l’elevato e diffuso livello culturale apre un grosso varco alla polemica fine a se stessa e questa fagocita ogni onestà mentale e rispetto dell’altro da sé.
D. Allora, ideali sì o ideali no?
R. Che dire? Non riesco ad immaginare un ideale innocuo. Ideali moderati? Sono contraddizioni in termini. Pur essendo legati alla dinamica delle diverse e mutevoli necessità che lo generano, essi non sono duttili, vengono vissuti e perseguiti in termini assoluti sino al contrasto insanabile.
D. Dunque…
R. La linfa vitale dell’umanità che le ha consentito una dinamica sopravvivenza nei millenni, sempre rinascendo e prendendo spinta dalle rovine, è costituita dal desiderio degli uomini che hanno avuto degli ideali e da coloro che praticamente hanno cercato di realizzarli distruggendo e ricostruendo.
In questi termini, penso che occorra anche saper diffidare degli uomini ostinatamente idealisti: la storia è piena di idealisti che hanno portato conflitti, sangue e rovina.
D. Prof. una Sua valutazione sugli ideali di oggi?
R. Non chiedermi se ho una valutazione ideale sugli ideali: oggi, ho altro a cui pensare.
Forse, basterebbe soltanto prendere atto soltanto del fatto che l’ideale nasce dalla necessità, vive di necessità, e, come avviene per un miraggio, spinge ma inganna, lasciando dietro di sé una interminabile scia di conflittualità esiziali generali a fronte di qualche particolare risultato benefico pur sempre utile alla umanità che ne paga il prezzo. Per questo, l’ideale può considerarsi un inguaribile male necessario che affligge gli uomini che, non foss’altro che per istinto di conservazione, tendono ad adeguare le loro preferenze in forma assoluta e definitiva a esigenze e bisogni che, però, sono mutevoli.
D. Ci vorrebbe un ideale di ideale. Veramente, non mi è molto chiaro…
R. Veramente, neanche a me. Prendiamoci tempo per rifletterci meglio.

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3 risposte a Note a margine n.8

  1. helena ha detto:

    P.S. vi prego di scusare i grossolani errori riscontrati nel commento
    precedente, dovuti, almeno lo spero, al grande sonno che mi
    annebbiava la mente.

  2. helena ha detto:

    Potrebbe forse essere che tra i nostri contemporanei ce ne fossero almeno alcuni, in numero ristretto, che le tre forme di intelligenza le possedessero tutte insieme, con la speranza che non arrivino mai a provare alcun senso di stanchezza. Sarebbe allora finalmente la nascita di quel “genio” di cui l’umanità sente, anche se inconsapevol – mente, il bisogno. E nascerebbero di conseguenza necessità nuove per dare quella spinta tanto necessaria a far sì che la vita diventi più interessante per poterci soddisfare, magari quel tanto che basta per il bene di tutti.

  3. lela ha detto:

    Pessoa scrisse anche :

    “Non sono niente.

    Non sarò mai niente.

    Non posso voler essere niente.

    A parte questo, ho dentro di me tutti i sogni del mondo.”

    da ” Tabaccheria ” ( bellissima … )

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