Note a margine n. 648

DUO

 

Il concorde e pervicace silenzio con cui, in perfetta sintonia, il duo del Gi.Ro. – o il Co.Ca., come, tra il serio e il faceto, la gente indica ormai la ‘strana coppia’ – riscontra la vulgata di un governo di ‘Ulisse e l’ombra’, indimenticati personaggi di Siparietto, ha qualcosa di strano, di inedito tra le quinte del teatrino della politica. La simbiosi è puntuale, ininterrotta, ubiqua. Entrambi pervenuti d’emblée ai posti del governo del nostro Paese, l’uno e l’altro, si sono scelti o li hanno accoppiati, non sappiamo. Il primo – politicamente indefinito e sconosciuto ai più – là, senza consenso riconducibile al senso democratico, senza alcuna esperienza nel campo dello statismo, pare avere preso ben presto l’aria della masseria ed essersi messo di faccia dopo essere entrato appiattito di fianco, in punta di piedi, con qualche timidezza. Responsabile di governo Primo Ministro. Il secondo – noto personaggio gieffino che tanto ingegnosamente giocò nella Casa le sue carte tessendo la sua criptica architettura, tanto da far incazzare pure il ‘convivente’, ora compianto Pietro Taricone arrivato ad ‘avvertirlo’ di brutto sotto l’occhio diretto della telecamera. Non responsabile di governo, onnipresente addetto Stampa. Chi tace acconsente. Nel Diritto, fa eccezione, non vale. Ma nella vita politica sì, eccome. I rumors, ormai netti, distinti, chiari, parlano di una consolidata diarchia. Smentite da parte di qualcuno? Non pervenute. Nemmeno in cenno o in bozza. Anzi l’andazzo pare protrarsi agli occhi del popolo indiscreto, invadente, ficcanaso, un vero fastidio per il Palazzo. Una domanda: dobbiamo stare ‘attenti a quei due!?’.

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Note a margine n. 647

TEMPI DI VACANZE


31 luglio; una volta era tempo di vacanze. C’ è ancora chi parte, chi se ne va in spensieratezza. Non so fino a che punto potrà lasciare a casa il senso di disagio – forse anche di sgomento come il mio – che lancina e strugge lo spirito di coloro che non riescono più nemmeno a sperare in un provvidenziale argine – deus ex machina – allo tsunami etico e socioeconomico di indecenze, oscenità, perversioni, cialtronate, che truffaldini allo sbaraglio e caporali in carriera ci stanno riversando addosso senza ritegno. Da paura. Sgomenta davvero la proverbiale memoria corta degli italiani della pagnotta, circuiti, manipolati e addomesticati, e la diffusa acrisia espiantata ad arte dalla ideologia coniugata a mo’ di tifoseria da stadio. I tempi sono difficili e il momento, nelle mani sacrileghe e vili di ignobili corifei, è invivibile. Homo homini virus! Il senso dello schifo è tipico, doloroso. Il dolore fa pensare e pensare rende infelici. Voi, vecchi, siate saggi, siate liberi di amare con passione solo la verità; sappiate trasmettere la vera storia di questi giorni ai vostri giovani! Devono sapere, devono poter ricordare la verità. Amandola.

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Note a margine n. 646

falce e martelletto

ELOGIOCONDO


Da face book un solenne elogio scritto e postato dal famoso magistrato Ferdinando Imposimato il 26 giugno 2014 alle ore 06:57: 
“La mia convinta solidarietà al magistrato Antonio Esposito che per avere emesso, con altri 4 magistrati, in Corte di Cassazione, una sentenza che confermava la condanna di Silvio Berlusconi a 4 anni di reclusione, inflitta dai giudici di Milano, respingendo pressioni di ogni genere che gli sono giunte da tutte le parti, affinchè lasciasse prescrivere il delitto, sta subendo una vera e propria persecuzione ingiusta, simile a quella subita a suo tempo da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino prima di essere assassinati. Sono orgoglioso di essere amico di un magistrato che ha la indipendenza, la imparzialità, la onestà e la preparazione di Antonio Esposito. Egli ha applicato il principio costituzionale che la legge è uguale per tutti. Amicus certus in re incerta cernitur.” !? Dopo un paio di anni andò a lavorare per la tv di Berlusconi nella trasmissione Forum.!!?? Che bello. Azze. E ho detto tutto.

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Note a margine n. 645

mi-facci

DECAMERONE


O.K. Non ci voleva molto. Le dieci giornate in villa Doria Pamphili, ambiente staccato dalle zone a rischio contagio, passate a novellare; il trionfo dell’esercizio dell’abilità della parola mette in bella mostra, tra l’altro, vizi e difetti dei potenti che coniugano le intenzioni al futuro non tanto prossimo venturo. Ricco e raffinato il buffet, ricchissimi i confort declinati al benessere e dell’abbondanza a tutto tondo. Non c’è la peste a Firenze, ma il Covid19 s’adatta a pennello alla rivisitazione scenografica e di regia. Chissà dove, come e quando; in quale testa sarà germinata l’idea e in quale bocca sbocciate le parole d’accompagnamento per farla accettare, condividere e realizzare. A tempo perso, nelle pause di ricreazione. Tra una cosa seria e l’altra. Alla chetichella, aum aum, mi raccomando. Nessuno – tranne gli amichetti di merenda – ne sapeva niente fino a poco prima, eppure pochi si sono sorpresi al momento dell’annuncio.
Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile, Elissa, e i tre baldi Panfilo, Filostrato e Dioneo: ci son tutte e tutti. Cambiano i nomi, ma facili da identificare; con i dovuti travestimenti le parti sono adattate, lo svecchiamento tracima nell’ ostentazione dello sfarzo più che nello sforzo di concretare ciò che serve al Paese, ora e qui. Gaudeamus igitur. Mandate il conto a casa. Pronta cassa.
E’ il Decamerone sartoriale ribattezzato – un po’ a cazzo – ‘Stati Generali’ con un plateale ammiccamento arruffianante ad ampio spettro. A scanso di equivoci, a futura memoria.
Ser Giovanni non s’adombri come tutto farebbe pur credere a giusta ragione. C’è chi ha ben donde di siffatte ciufole per imbufalirsi davvero e andare a rivoltare le tavole, ma ancora si frena, non sappiamo sino a quando. Ma par pur questa una novella assai licenziosa. E conciossiacosaché indecentemente abusiva.

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Note a margine n. 644

IN GINOCCHIO

U.S.A.; un poliziotto preme il suo ginocchio sul collo del suo prigioniero, nero, fermo a terra in strada, tra la gente che guarda e riprende. Forte e a lungo fino a soffocarlo. Solo razzismo? Non credo. La trista vicenda mi porta – forse inappropriatamente – a pensare che esistano condizioni e contesti che, nell’animo umano, favoriscono l’emersione del monstrum che la pur millenaria civilizzazione dell’essere umano ha soltanto sepolto ma non eliminato. Ancora oggi, per indurre l’uomo a rispettare le regole, occorre spaventarlo adeguatamente con la minaccia di un male concreto, la sanzione; e nemmeno questo, spesso, si rivela sufficiente. E’ una parte di brutalità che pare continuare ad essere una delle sue componenti naturali e che si manifesta in ogni livello e contesto sociale, con mezzi differenziati e con diversa connotazione. Ma il comune denominatore – credo – è la violenza da senso del potere sugli altri e/o sulle cose, che si concreta nell’abuso. La consapevolezza della possibilità di usare la forza che dà una clava, un pugnale, i muscoli, una pistola, un martello, una sentenza, la stessa debolezza altrui, fisica o psichica, sono l’input più efficace alla eccitazione e alla esaltazione da potere attraverso cui si risveglia e si sfoga il bruto straccione, in tuta, in jeans, in camice, in cattedra, in corsia, in toga, in divisa, o anche nelle vesti di un semplice visitatore di museo che si trasforma in vandalo. Non credo che esistano eccezioni, persone immuni dall’ambizione del dominio, dall’istinto di sopraffazione, ma persone più forti che meglio resistono a certe spinte, a certe reazioni, o che trovano ragioni di autocontrollo nella fede assoluta in certi valori non negoziabili e non mortificabili, a partire da quello dello spontaneo rispetto del prossimo, amico o nemico che sia. E purtroppo, fatti e cronache accreditano lo squallore ed il pericolo di questo aspetto segreto e perverso dell’essere umano. Più spesso di quanto si pensi, accade. Ci indigniamo, ma con paura e con poca speranza. Anche un misero granello di potere può trasformare e deformare tutti, dal genio all’imbecille, dal capace all’inetto. Eppure, “la gente ha bisogno come l’aria di vedere una buona volta che non sono solo gli onestuomini a correre rischi, ma che anche ai birbaccioni le cose qualche volta non vadano lisce”(A.Frascati)

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Note a margine n. 643

cen sored

VENT’ANNI DOPO


Dopo circa una ventina di anni di collaborazione gratuita ad un quindicinale indipendente, preferii lasciare piuttosto che accettare che il direttore mi censurasse un mio articolo con cui argomentavo seriamente a livello antropologico e senza pregiudizi, sulla locuzione, abbastanza diffusa nel nostro lessico, “classica figura di merda”.
Oggi, a distanza di circa un decennio da quel mio articolo (da me poi pubblicato in questo stesso blog) e ispirato da un esemplare fresco di giornata, a livello nazionale, così consistente per paternità e per contenuti prequel e sequel – quest’ ultimo rabberciato dai protagonisti e dai loro amici di merenda come un patetico rattoppo da ammannire a ipotetici interlocutori ritenuti mentalmente sottosviluppati – me ne sono ricordato. E mi si è rinnovata la voglia di scriverne, così, senza particolare studio della questione. Ma l’evento meritevole è talmente notorio, come notori sono i nomi degli eroici cazzari ideatori e la loro comune posizione geografica, che non avrei nulla da aggiungere ai coloritissimi giudizi circolanti fra sghignazzi e pernacchie.
Sia pure a malincuore, pertanto, mi asterrò dal commentare, anche se, nel caso di riferimento, la figura di merda è talmente spiccata e accentuata – tra le altre alle quali siamo ormai abituati a convivere subendo – che bisognerebbe farle un monumento a futura memoria. Perché questa figura di merda è talmente classica figura di merda che gioverà segnarne bene le misure olimpioniche per tramandarne solidamente evento e primato. Almeno per ora. Ma non poniamo limiti alla Divina Provvidenza. Troppi record che sembravano insuperabili sono stati tragicamente battuti dalla Storia. I soggetti capaci, quanto ad ambizione, fantasia e mezzi, esistono e, favoriti dalle loro posizioni di lancio, certamente non rinunceranno tanto facilmente ad entrare nel Guinness dei classici figuranti di merda. Dove non puoi bluffare; devi esserci veramente portato di tuo. E noi, convinti e fiduciosi, ne prenderemo e ne daremo atto. Ad maiora!

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Note a margine n. 642

coglioni

COMPLOTTI E PALLE



“non crederai mica che…”, “non dirmi che davvero credi che…”, “ ah, ma allora tu non sai che…” queste e altre similari sono le introduzioni dialogiche del tipetto che tende a sorprenderti. Mettendoti al cospetto di una ‘realtà del dietro’ a cui non avresti mai pensato da solo, non ci saresti mai arrivato da te, il complottista tende a guadagnare – rapidamente e a poco prezzo – la tua attenzione e la tua supervalutazione della sua persona, almeno un gradino più su. E, quanto più lui ti vede rimuginare – lo ti si legge in faccia – sul perché non ci hai pensato tu prima, lui guadagna punti e ti distacca in classifica affondando la lama e rigirandola nella tua ferita per la goduria di lasciarti addosso la sua griffe. Dei furbi, concetto cromosomico made in Italy, vanamente imitato, anche per mancanza di un termine perfettamente adeguato in altre lingue. Che pure “scaltro” pecca di approssimazione per difetto; mentre “intelligente” ci porta in un’altra dimensione lessicofattuale e al ‘furbo’ gli fa un baffo. Il fatto ti deprime persino; e se non lo eri già prima, diventi fatalista e scuoti la testa in segno di resa. Se lo hai letto, ti senti don Chisciotte che riprende un attimo di coscienza di sé; e magari ti convinci che, se non hai pure tu un complotto di sostegno, non hai speranze.
Mo, non voglio dire che i complotti non esistano o che, esistendo in natura, vengano sdegnosamente accantonati, rifiutati come progetto, metodo, escamotage, indegno, da persone probe come siamo tutti. Anche perché, assumendo un siffatta teoria, sarebbe più o meno come procedere mettendo la scarpa nella cacca e non accorgersene o facendo finta di nulla per non perdere l’aplomb del navigato. Dobbiamo fare nomi, categorie al disopra di ogni sospetto e privilegio, …? Scusate, mo ho perso il filo. E’ l’ emozione. Ah, ecco, volevo dire che il complotto, spesso, non è voluto a priori, ma è ricostruito a posteriori dai tuttodietrologi per far quadrare le cose, gli eventi accaduti e darne una spiegazione coûte que coûte e non fare scena muta, non perdere il vantaggio su chi ci crede superfreud o 007, tradendone le aspettative. Dopo aver lavorato tanto per dare ad intendere di essere uno au milieu. Un up date. E non quel tappo di spumante scaduto che siamo.
Peraltro, più spesso di quanto non si creda, accade anche che le cose si combinino da sole e ne esca un concerto che troppe volte, a nostro gusto e tendenza, ascriviamo, poi, ad elaborazioni di menti kafkiane o rasputine. Che, pure, esistono; ma che, il più delle volte, sono soltanto nostre mentali assegnazioni abusive o ammiccanti appropriazioni indebite perpetrate da personaggi da quattro palle un soldo.

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Note a margine n. 641

FUMATE

Un’altra fumata nera. Sono bruciate le ore e relativi costi. No problem, paghiamo tutto noi. Ore e ore per presentare l’ennesima mozione di sfiducia e ore e ore per esprimere il voto palese, chiamare e richiamare i ritardatari, ricominciare il giro. Prendere atto dei soliti assenti, in genere, i pezzi grossi che, non volendo sfigurare astenendosi, si imboscano nella peracottareria del commodus discessus, e gli astenuti che, quanto a senso civico, politico e umano, rispetto ai primi, fanno un figurone di gentleman doc, anteguerra. Forse dobbiamo aspettarci un nuovo ministro/a. Pretium doloris. Danni punitivi.
In un consesso politico così come quello che ci ritroviamo saldamente abbarbicato alla poltrona – non senza una nostra dose di negligenza operosa o omissiva – è logico chiedersi se i cazzari più cazzari della categoria cazzara non siano quelli che continuano a presentare mozioni di sfiducia. I quali, dopo aver constatato, un certo numero di volte, che le loro mozioni di sfiducia – ma anche emendamenti e altro che da loro provenga – hanno preso tutte, puntualmente e a prescindere – la via del cestino della carta straccia, perseverano imperterriti a presentarle. Sarà un gioco delle parti, non saprei: ma la figura assicurata è quella di chi, essendo già stato inchiappettato, ci riprova. Autolesionismo o amore no limits. Per la categoria facciamoci del male.
Certo, restano comunque a registro, come la raccolta delle figurine Panini, le mozioni tentate e naufragate, partite da chi ci avrebbe motivi di mandarti affanculo. Ma, giustapposti, restano anche i relativi smacchi di ritorno. E fanno male. Con un nuovo ministro/a, un presente p.r. Da un nuovo invitato al banchetto nuziale. A futura memoria. Ammesso e non concesso che gli italiani non soffrano più della solita amnesia democratica che si riacutizza puntualmente al momento del voto. Il voto popolare, sì; questo quasi sconosciuto. Il 19 porta sfiga. Almeno questo, facciamoci un nodo al fazzoletto. E al momento giusto. Se non ce lo toglieranno definitivamente, mettiamoci una bella croce sopra. E calchiamo forte.

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Note a margine n. 640

VOLONTARIATO

Giovani e meno giovani che si dedicano al volontariato e ad attività benefiche in Italia certamente non mancano; cambia il modo, il metodo; ognuno di questi dà e fa ciò e come può, a cominciare dal proprio tempo e nei limiti del contesto in cui vivono. C’è chi si organizza cooperando con altri e chi può farlo o preferisce farlo solamente da solo. Molte sono le differenze operative, ma abbastanza omogeneo è il comune denominatore: la genuina spinta alla solidarietà che non cerca riconoscimenti, echi di riscontri, né privati né pubblici. O ritorni di qualunque genere, diversi dalla sola e umile soddisfazione di compiere un naturale dovere umano che sgorga dal sapere amare il prossimo. Un appagamento intimo che, quanto più vero è, più è discreto, silenzioso, riservato. Accade, tuttavia, che, oggi, esista – ed è favorito da grandi mezzi cognitivi ed operativi – anche un particolare tipo di volontariato costituito da un grande bacino dove confluiscono perlopiù fermenti giovanili che gemmano da delusioni, insoddisfazioni, frustrazioni, ribellioni, vuoti, e che spingono gli stati d’animo alla esaltazione, alla frenesia del trionfo e della gloria riconosciuta dal grande pubblico, della risonanza, della notorietà mediatica connessa alla buona causa. E accade anche che tra queste smaniose ambizioni – miopi o indifferenti verso realtà simili, a portata di mano, ma meno clamorose – si concepiscano avventure, prodezze, temerarietà da risonanza. Persino allontanamenti da casa e sparizioni temporanee per finire in tv, persone in fuga dall’anonimato e desiderose di ritrovarsi ‘personaggi’ speciali. E tra queste incontrollate ambizioni e incontinenti velleità fa buona pesca chiunque, protagonisti o terzi, voglia e sappia coltivarle e sfruttarle come ogni altra debolezza umana. La causa? Non saprei; forse, anche la debolezza da vuoto, da disorientamento, da acrisia, da richiamo delle sirene dell’altrove illusorio. E magari, anche la certezza di poter sempre ritrovare il rifugio di una casa e di una famiglia. Proprio là dove, forse, è mancato un adeguato processo formativo, dialogo leale, cura e riguardo del senso critico di ciascuno.

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Note a margine n. 639

A FRICATURA


Coi tempi drammatici che corrono, immaginate quante cose di buono e necessario si sarebbero potute fare in Italia con quattro milioni di euro? Pagati dall’Italia ai sedicenti terroristi o gang di africani. Più circa altrettanti spesi per organizzare l’operazione dei servizi segreti? Usati per riportare in patria una sedicente volontaria andata, per sua scelta, ad impelagarsi nelle zone più pericolose dell’Africa?
Una pulzella, su di giri, che non poteva non conoscere i precedenti – dato il clamore mediatico sollevato a suo tempo – rimasti ancora del tutto oscuri sin dal 2015 per mano di un’ Italia spendacciona, e sempre pronta ad aprire la borsa per recuperare ogni sgallettata che si fa prendere dalla frenesia dell’avventura africana. Volontaria in proprio, o quasi. Andata per “aiutarli a casa loro”, sua sponte o mandata  sul posto come esca, inconsapevole – utile idiota, e che, poi, si è dovuta fatta aiutare lei, a spese nostre. Ancora un volta. Dicono che certe organizzazioni hanno qui in Italia ‘agenzie di reclutamento allocchi’ e programmano la mira al malloppo, alla faccia del nostro Governo e dei controlli.
Allo sbarco dell’aereo appena atterrato, le nostre massime autorità, inorgoglite dal successo – aver ricevuto la merce pagata – allineate ad accoglierla con ovazioni da eroina.
La serie continua. Si facciano un polizza assicurativa che Pantalone i soldi li toglie a noialtri. Discesa dall’aereo in abito musulmano, sorridente, molto più in carne di quando era partita e di come l’avevamo vista, sempre ilare e sorridente, nelle diverse foto mandate su rete nazionale, “la rapita e sequestrata” ci ha tenuto subito a dire che là dove stava, stava benissimo, sta bene, che è stata trattata sempre bene, che spontaneamente si è convertita all’ Islam e che, sempre spontaneamente, si è sposata con uno del posto, insomma, ha messo su famiglia. Qualcuno ha creduto di intravvedere anche il pancione nonostante la sua mano posata proprio lì. Forse è venuta a sgravarsi qui in Italia? Chiedono.
Le domande che mi sono fatte e che ho sentito: 1) Ma allora, da chi e da che cosa l’abbiamo liberata, esattamente? 2) Lei voleva tornare o voleva restare col marito, o si riserva di chiedere il ricongiungimento amoroso? I più sospettosi si rifanno le stesse domande – rimaste tali – che si fecero nel 2015 per le due rondinelle che ci costarono 6 milioni di euro più le spese: e chi ci dice che non si sia trattato di una montatura architettata dai ‘buoni’ con i ‘cattivi’ per procurarsi e spartirsi bei soldini? Con tanto di soddisfazione del popolo bue? Del Governo. Meglio glissare.
Ecco, ci servirebbe un’indagine approfondita e allargata ad ampio raggio che muova da molto prima della partenza dell’eroica volontaria, magari condotta da uno cazzuto che non si faccia prendere tanto per il culo dall’ondata di felicitazioni dei soliti propensi a guardare le pagliuzze negli occhi dei loro nemici e non si accorgono delle travi che c’inculano tutti noi italiani. E servirebbe che, poi, ce lo facciano sapere, tutto, per filo e per segno come sono andate e come stanno veramente le cose. E non per sommi capi. Di cazzo. Ma ci contiamo poco. Già qualche giornalistashow ha avuto modo di gridare: “questi sono fatti privati suoi”!! Sticazzi. Senza averlo voluto, abbiamo strapagato bene con i nostri soldi e abbiamo diritto di vedere tutto il film. Adesso sono tutti fatti nostri.
In mancanza: nessuna nuova, pessima nuova. Andate giulivi a battere le mani altrove. Accidentacci.



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