Note a margine n. 690

ODIO RAZZIALE? NO GRAZIE

La sperequata distribuzione delle risorse sui territori della Terra e delle consistenze delle popolazioni che li abitano ha avuto, nella Storia dell’ Umanità, situazioni di tensioni, scontri, aggressioni, odi. Il problema irrisolto dei bisogni e delle necessità di procurarsi i mezzi di soddisfarli, a cominciare da quelli più elementari collegati alla sopravvivenza, è concreto e reale e ha inciso e incide fortemente. Intere popolazioni sono scomparse per via di lunghe e sanguinose guerre intentate per strappare (o non farsi strappare) il necessario ad altre, vuoi per non averci nemmeno provato e per essere rimaste allo stremo della indigenza sino alla fine della estinzione.

Le pagine della Storia raccontano di orrori e di sangue, di odi epocali gemmati all’ insegna dell’ homo homini lupus. Tragicità che, tuttavia, trovano la ‘spiegazione’, causa-effetto, nella realtà delle cose sopra richiamate. Etica a parte.

Ed è per questo che, per quanto mi sia inutilmente sforzato sinora di venirne a capo, devo riconoscere che trovo che l’antico odio razziale antisemita – che, purtroppo, pare stia in forte e diffusa ripresa anche in ambienti dove, per cultura e benessere, o perché i veri problemi sono altri, non si dovrebbero avvertire le spinte surrichiamate – sia una perniciosa idiozia, stupidamente gratuita, una goffa tradizione ideologica, una pericolosa irrazionalità alimentata e rinfocolata per fini artificiosi e diversivi.

Sono convinto che, per odiare tanto una “razza”, per generazioni e generazioni, e mirare persino alla sua distruzione totale, debba sussistere un adeguato riferimento razionale. Un perché chiaro, comprensibile, inequivocabile.

Ma, per il momento non ci arrivo ancora. Non trovo nulla. Su questa strada dei perché, mi sono fermato, tuttavia, al fenomeno dell’ antimeridionalismo italiano. Che, nel suo piccolo, studiato a fondo, considero una cosa da teste di cazzo.

E perciò non mi dispiace se, da grande, ho voluto fare il meridionale. Anzi.

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Note a margine n. 689

SFUMATURE

Dopo un disastroso stroncamento giudiziario – l’aula è, ormai, la sede dove In nome del Popolo Italiano si decidono le sorti degli uomini e del Paese – e l’inferno decennale, con disonore, per imputato, rispettive famiglie, relazioni sociali ed economie, un gruppo di ex condannati importanti è stato pienamente assolto in grado di Assise d’Appello. Alcuni di loro erano fedeli servitori dello Stato, esposti al rischio della prima linea operativa. Per alcuni dei poveracci che erano inciampati in questa malasorte, la Corte ha sentenziato che, contrariamente a quanto pensato dai giudici di primo grado, i fatti non costituivano reato. Non era come la pensavano loro. Dovevano pensarla meglio. Una sfumatura. Per un altro, un fastidioso Senatore – tanto faticosamente eliminato dalla politica pe queste vie – ha assolto per non avere commesso il fatto. Però, sembrava proprio. Pure la faccia, l’espressione, le amicizie, le frequentazioni,…; e che cavolo! Mah. L’accusa – in considerazione della scelleratezza dei fattacci – aveva insistito per la conferma delle condanne di primo grado.
Mo, noi popolpecoroni, non possiamo sapere null’altro che il dispositivo della sentenza. La Procura Generale, intervistata sul da farsi, ha annunciato laconicamente che si vedrà dopo la lettura delle motivazioni che saranno depositate. E noi, da inconsapevoli, non possiamo nemmeno sapere se esistono disposizioni in proposito, già belle pronte o in pectore, ed, eventualmente, quali siano. Retro o irretrovviamente. Ho già letto, però, che da qualche bocca attrezzata all’eloquio forcaiolo si sbava veleno e che già è partita la campagna socialpersuattiva. Qualche leone da tastiera ha dovuto ricorrere a massicce dosi di valeriana forte, tanto gli ingrippavano le dita. La retorica è no limits; si scomodano memorie serissime e si elaborano seriosi principi morali a cazzo per un amalgama che aggiungerà sapidità argomentativa persino a qualche sciapo candidato alle prossime elezioni.
E, nel frattempo, alcune richieste referendarie saranno da prendere davvero sul serio. Ancora più seriamente. Mi auguro. La muraglia cinese ostativa non è da sottovalutare. Gli interessi in gioco sono vitali.

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Note a margine n. 688

IMPARATE

«Non esiste nessuna rabbia, nessun comportamento che possa giustificare il femminicidio. Chiedo scusa se non era chiaro abbastanza». Queste le parole – visibilmente costrette – di Barbara Palombelli, sottoposta ad un fuoco di fila di proiettili sparati dagli indignatissimi interpreti di una infausta battuta della giornalista durante una trasmissione televisiva. Infausta, penso, non per il concetto in sé, espresso nel periodo incriminato nel particolare contesto di un finto processo, quanto per la incapacità e/o vile malafede degli sfaccendati ipocriti, non meglio occupati ad attendere seriamente, invece, ai lavori per cui sono strapagati con privilegi al seguito.

In effetti, scattato il tam tam fra una faccia tosta e l’altra, tra una faccia di culo e l’altra, tra le ideologhe della desinenza al femminile, con lo scontato ausilio accessorio degli abbozzamenti puttanieri di rito, in quattro e quattr’occhio si è montata una bufera mediatica e si è organizzato un sollevamento di pantere e pantegane contro la Palombelli (arcinota e storica crociata contro la violenza sulle donne) che, a loro dire, avrebbe giustificato il femminicidio. Udite, udite!

Eppure, sarebbe bastata la conoscenza dell’italiano di base per capire il vero, univoco senso della battuta detta nell’aula di Forum dove, presso il Giudice arbitro si conoscono e si dibattono, tra gli altri, i casi di litigi tra coniugi: «Come sapete, negli ultimi 10 giorni ci sono stati 7 delitti, sette donne uccise presumibilmente da sette uomini. A volte è lecito domandarsi se questi uomini erano completamente fuori di testa oppure c’è stato un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte? È una domanda. Dobbiamo farcela per forza perché in questa sede, in un tribunale, dobbiamo esaminare tutte le ipotesi».

Ebbene; per quel conta, la domanda me la pongo anche io. E non da ora. Come molti altri. E’ lecitissima, anche se la risposta viene considerata irrilevante ai fini penali. Il resto sono solo cazzate come debordate dal cesso intasato da un puzzolente perbenismo.

Una delle poche vere giornaliste (e altro, a crescere) circolanti, in proposito, Maria Giovanna Maglie, interpellata sull’argomento sull’argomento ha risposto: “Quale bufera? Quante balle politically correct! Fai un programma in cui si finge di celebrare un processo e introduci l’argomento del ‘aveva perso la testa’ o ‘lei lo aveva provocato’, che usano ahimè i giornali e che si usa nei processi…”Non è che la scuso, è di più, proprio non vedo il problema, lo vedo completamente montato. E ancora: “Molto rumore per nulla ma ognuno è libero“. Imparate.

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Note a margine n. 687

GREEN IMPASSE

L’età avanzata mi ha insegnato, tra l’altro, che c’è sempre nella vita di ognuno un momento in cui, per interessi o per circostanze particolari, occorre pur fare qualcosa che ci fa paura. Io credo che una vita spesa soltanto ‘scivolando sul sicuro’ sia fortemente delimitata e ci escluda dal circuito delle reali potenzialità umane, quelle che, invece, hanno contrassegnato l’evoluzione e hanno concorso ad attuare il progresso. A favore della specie e del singolo individuo.
Il ‘tirarsi indietro’ non sempre è semplicemente buona norma prudenziale; a volte, è anche condotta oggettivamente ostativa per il raggiungimento o per tentare il raggiungimento di auspicabili mete e risultati.
Se non siamo ancora uomini di caverna, se non siamo già vecchi o malconci a 40 anni, lo dobbiamo a chi ‘ha provato’, sapendo che nulla al mondo offre sicurezza assoluta e il rischio incombe sempre e comunque. Se nulla al mondo è perfetto, esiste il meglio del momento, allo stato dell’arte.
Ora, se qualcuno non si sente di ‘scivolare sul sicuro’ sottoponendosi ai vaccini o terapie o interventi, e pertanto li rifiuta, non neghi il vero ed unico motivo del suo rifiuto: la paura; che è sentimento umano strettamente connesso all’istinto di conservazione e di sopravvivenza, Sentimento, più o meno razionale, a seconda dei contesti, ma naturale.
E chi ha timore di affrontare la prova – che “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” – abbia, tuttavia, almeno la capacità di ammetterlo apertamente, di non mistificare, di non dissimulare la propria scelta (che, quanto al vaccino anticovid, ha seri risvolti e portata sociali) invocando il proprio sacrosanto diritto di libertà Costituzionale. Che, in questo caso, è soltanto argomentazione a difesa di una scelta già fatta e non il motivo della stessa. Una umana paura. Proprio come quella di non vaccinarsi. Cincischiare col green pass e farne un green impasse, proprio no.

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Note a margine n. 686

MA VA’, PENSIERO

Prendo spunto da alcune interessanti riflessioni pubblicate recentemente da un quotidiano da un blogger docente specialista antropologo della mente che così conclude il suo intervento: “…ciò che pensiamo di noi dipende in larga misura da quello che gli altri pensano di noi…”, lasciando ampio spazio ai commenti dei lettori nella sua rubrica. Spesso, rispondendo.

‘Egregio…, sul rilievo della interconnessione dei pensieri, alle sue interessanti osservazioni, mi permetta di aggiungere – estemporaneamente – il peso della percezione degli stessi, da parte nostra, di quelli altrui, e da parte d’altri, dei nostri, considerate le variabili del linguaggio con cui essi si esteriorizzano e si comunicano, e del bagaglio culturale che sottende alla interpretazione del mezzo espressivo comprensivo anche di quello gestuale di complemento. Per non dire del contesto e di un insieme indefinito di altre variabili, anche emotive e caratteriali personali, e non escluse quelle criticità connesse ai bisogni anche materiali. I quali gestiscono – anche essi interferendo – in buona parte, i pensieri di tutti. Pensi per un momento al monstrum dei reati di opinione e alla doppia mostruosità di chi è convinto di poterli capire e potertene condannare’.

Questo, nel mio piccolo, il testo del mio commento. Quanto allo scempio persecutivo persino del pensiero altrui, giuro che minus dixi quam volui. Ovviamente, per intuibili motivi.

La merda de quo è già abbastanza nota di suo e non mette conto di doversi soffermare con altri riferimenti a nomi, movimenti, categorie, fatti, figuracce, etc. Il fatto è che, da noi, quando uno pensa, anche se non dice niente, vai a vedere, poi, come la pensano e reagiscono di brutto gli altri, gli psicoloclasti col poligrafo incorporato tra le sinapsi! Ma che lo dico a fare?

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Note a margine n. 685

PORCO MONDO

E’ porco il mondo. Dove, forse, più della metà degli abitanti, soffre la fame e la sete, e si dà da fare per trovare un minimo di che dissetarsi o sfamarsi, e magari, se non riesce a raccattare qualche goccia o briciola, muore d’ inedia; contemporaneamente l’ altra metà si dà da fare per cercare di bere e di mangiare di meno, spende fior di quattrini per dimagrire, e magari si trascina drammaticamente obesa, getta via il ben di Dio, o non sopravvive agli attacchi dei grassi.

E’ porco il mondo. Dove, interi Paesi sono decimati drammaticamente per morte del Covid, la gente insorge contro i Poteri per invocare un vaccino, uno qualunque, e in altri Paesi prima si è fatta la guerra persino per la scelta della marca del vaccino e poi si insorge nelle piazze con la guerra dei no vax, in nome della parola ‘libertà’ – abitualmente usata a cazzo per nobilitare la ‘causa’ – per protestare contro i provvedimenti adottati per fermare il diffondersi della terribile pandemia.

E’ porco il mondo; dove i cacasotto, idioziosi e pirlomani possono mandare in onda la loro chiassosa sceneggiata di protesta, sapendo che, proprio grazie alla maggioranza della popolazione già vaccinatasi volentieri e spontaneamente, possono continuare a scherzare col fuoco, a cazzeggiare con meno probabilità di andare a finire all’intubazione.

E’ porco il mondo, anche nel nostro piccolo, dove, didimorficamente da un lato si raccomanda di mantenere il distanziamento interpersonale, dall’ altro, in un ambiguo quattro e quattrocchio, per mano di qualche dinamico degli amici, si buttano centinaia di milioni per comprare disagevoli banchi mobili a rotelle – peraltro, nelle aule dove invece i banchi occorrerebbe inchiodarli al pavimento per fermarli a giusta distanza di sicurezza. E si buttano quelli preesistenti, anche in ottime condizioni, e poi bisogna ricomprarli com’erano. E per questa genialata non ci rimette nessuno, in particolare, nemmeno gli sfreudati responsabili del poltromane loscoriame politico, tranne la collettività prendingula per destinazione d’uso. Per non dire delle mascherine inutili e ufficialmente contrabbandate per buone.

E’ porco il mondo da espettorato mentale.

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Note a margine n. 684

CAR.BON.

La legge della cosiddetta riforma della Giustizia – il Car.Bon. – ha ricevuto l’approvazione della Camera dei Deputati col voto sulla fiducia. Pare si tratti di un incrocio delle novità proposte dalla Cartabia col pregresso marcato Bonafede.

In itinere e a cose fatte, sono piovute critiche e richieste di emendamenti a gogò, non tutte pretestuose, per quanto ne so. Il tizzone ardente ora passa al vaglio del Senato. Staremo a vedere.

Personalmente, oltre al provvidenziale superamento del Bon., la mano della Car. alimentava più speranze, ben altre concrete speranze. Meglio di niente, tuttavia.

Penso, però, che, trascinando a fatica i miei acciacchi, dovrò andare a firmare di corsa per il referendum per la riforma della Giustizia. Dovremmo essere in democrazia e invece ci troviamo a dibatterci in una oligarchia temporale, intimidita e rappresentativa di se stessa, e il potere magistratuale apicalmente attestato.

Il Corpo Elettorale, organo costituzionale davvero sovrano, deve farsi sentire con tutto il suo peso, deve scuotere energicamente le posizioni legittime ma inette, e le altre scalanti e aggressive. I cittadini non possono continuare scontare sulla loro pelle e sulle loro vite un sistema di cui amarate e palamarate, tanto per fare un piccolo esempio, sono soltanto le punte di un pauroso sistema iceberg, di una realtà che ha dell’incredibile per un Paese civile.

Referendum. Ci andremo a firmare; e troveremo tutti, tranne gli interessati a mantenersi stretto lo status quo e entourage.

Ci andremo fiduciosi. Purché, poi, il potentato dei carichiachiacchiere non ci abbindoli attraverso le reti dei soliti canali fognanti, e l’esito referendario sull’agognata riforma faccia la misera fine di una farsa, tipo referendum popolare sulla responsabilità civile dei magistrati dell’ 8 novembre 1987.

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Note a margine n. 683

NO CAX PER FAVORE

Così; tanto per capire. A quelli che non vogliono vaccinarsi contro il Covid 19, io vorrei poter chiedere “perché?”, e per maggior curiosità, vorrei poter chiederlo a coloro che, pur essendosi vaccinati, contestano e rifiutano che ciò venga documentato.

Il reclamo alla “libertà” è troppo generico e retorico. A ben vedere, ogni norma, internazionale, nazionale, regionale, provinciale, comunale, condominiale, scolastica, clubista, ludica, sportiva, stradale, impone o vieta. Eppure, nessuno solleva la questione della libertà; mai visto reagire qualcuno con furore al divieto di fumare in certi luoghi, di pisciare sulle aiuole del giardinetto pubblico, all’ obbligo di guidare tenendo la destra o di fermarsi col rosso, di pagare il canone tv, etc.

Il lemma “libertà” è un passepartout d’acchiappo quattro stagioni, è il jolly, la pinella lessicale per tappare i buchi della irragionevolezza di tutti gli atteggiamenti estremizzati, specie quelli chiassosi, piazzaioli, che s’assumono per fare casino in visibilità e accreditarsi alla ‘causa’ del fermento ‘eroico’ contro il potere con una verniciata di nobiltà d’intenti.

E’ in gioco la vita di tanti e tantissimi sono già morti – che sono cose serie e concrete – e c’è ancora chi cazzeggia sloganando ‘libertà!!’, un concetto del tutto astratto a cui è persino impossibile assegnare un significato sicuro, preciso, univoco, universale.

Chi non si vaccina cerchi un’ altra ragione e non faccia il Crociato e di una caciara una sua personale guerra santa.

Poi, non si lamenti se, a poco a poco, si sentirà socialmente discriminato ed emarginato. Anche in seno alla famiglia, tra coniugi, fratelli, figli, etc. è umano il timore del contagio e gravissime sono le responsabilità perseguibili e le conseguenze sul coniugio e sulla patria potestà. Allo stesso modo, nella ‘comitiva’ e nell’ambiente del posto di lavoro. La paura è giustificata, la prudenza è ragionevole.

Quanto a quest’ultimo, il posto di lavoro, non possiamo ignorare l’art. 35 della Costituzione Italiana “ La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni” e i precisi diritti alla sicurezza del lavoratore che scaturiscono dall’ art.2087 del codice civile là dove obbliga il datore di lavoro ad adottare nell’ ambiente di lavoro “…le misure…necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro”. Infatti, anche la semplice paura e l’ansia fanno lavorare male e creano stress. Conseguenze più che intuibili. Vedi tra le altre, Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza n. 20364 del 26 luglio 2019. Le stesse norme si applicano anche ai lavoratori a domicilio (art. 2128)

L’Ispettorato del Lavoro interviene anche per molto meno. Gli Assistenti sociali pure.

E non dimentichiamo l’ effetto allontanamento degli utenti e consumatori di beni e servizi.

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Note a margine n. 682

LATTE ALLE GINOCCHIA


E’ notoria la nullafacenza di certi personaggi che ormai si ritrovano in cassa integrazione, a margine rottamazione, a sgomitare per apparire in cronaca e a fare la faccia seria, zompettando dalla politica all’etica, passando dal ridicolo velleitarismo lessicale. Con la forza della disperazione che accede alla vana ricerca del tempo perduto, essi tentano di scrollarsi di dosso il fetore dell’ orrore museale, di recuperare qualche centimetro fuori dalla fossa del salvifico oblio. Che, per molti di loro, è invece una vera zona provvidenziale di ricovero e di riparo dalle intuibili conseguenze del loro malo pregresso. Gli italiani – si sa – sono campioni del mondo in amnesia.
Nella speranza di farsi prendere ancora in qualche considerazione nel limbo dei vacui, nonostante la propria irrilevanza osti a farlo anche i più misericordiosi immemori, i più fancazzisti di loro non demordono e si sforzano a cercare di ideare il ‘casus’ da eco, raspollando gli avanzi di attenzione tra i cumuli dei rifiuti umidi del politically correct e i fetori del giornalismo rampante/lecchino.
E’ davvero inquietante il solo immaginare quanta di questa insana vacuità fosse già presente nelle menti di certi soggetti che ieri ‘potevano’ spocchiosamente e che oggi ‘tentano’ impudentemente con una ossessiva serie ininterrotta di cazzerie e paraculerie.
E così veniamo al recente pubblico ‘inginocchiamento contro il razzismo’, l’indecente siparietto che si tenta di imporre subdolamente alla squadra nazionale in campo, negli stadi di calcio. Dove chi non asseconda questa novella forca caudina cacio e pepe viene subito stigmatizzato come razzista tout court. Conseguenze intuibili, partendo da uno show paraculo e scalcagnato.
Un ricatto di merda come quella accumulata in certe scatole craniche.
Presto seguiranno altre genuflessioni, prosternazioni ed inchini, autoflagellazioni, leccate di mani e di piedi. E di culo; perché no? Comme d’habitude. Affanculo.

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Note a margine n. 681

LA PAROLA AL CITTADINO ASPECIFICO

Non è volgarità, ma necessità di essere chiarissimo, diretto. Considerato che una norma giuridica serve a dare al cittadino le ‘istruzioni per l’uso’ delle sue facoltà comportamentali (intendo dire divieti ed obblighi) – cittadino a carico del quale, peraltro, grava il pericolo derivante dalla pregiudiziale presunzione di conoscenza (e di comprensione?!) della legge – essa deve assolutamente essere semplice, trasparente, facilmente accessibile, chiara, nella sua letteralità e nei concetti. Per averne un’ idea basta leggere qualche norma del codice penale, specialmente in forma originaria e tuttora in vigore. E invece.

E invece. Oggi, al cittadino generico – pardon, comune – ma tuttavia, ugualmente ‘presunto consapevole’, non bastano tre o quattro riletture per capire quell’ intricato mannello, quel garbuglio surrettizio tecnico-giuridico che, tra aggettivi ed avverbi, egli tenta di dipanare avendo sotto gli occhi il testo del ddl Zan. Una legge che nasce per essere tutrice delle situazioni sessopersonali ma che – diciamolo subito – così come è formulata, avrà di certo un sicuro effetto: quello di soffocare, ammutolire, confondere. Peraltro, il terrore dell’interpretazione giudiziale – che verrà accresciuta a dismisura dalle opacità e dalle ridondanze della legge – aumenterà col conseguente aumento del potere del giudicante; così come accade ogni volta che debba venire in considerazione una legge impervia, nella lettera e nella ratio, dove anche la dottrina e la giurisprudenza si spaccano di corna. Mi chiedono, “scusa, tu che sei un giurista, ma se dico ‘stronzo’ a uno che chiaramente, de visu, non è il tipico prodotto fecale, sarà la stessa cosa che dire ‘frocio’ a uno che ‘frocio’ non è? E se invece, quello lo sembra; o lo è a mia insaputa perchè non ha fatto outing e non porta un distintivo? Se dico cicciona ad una falsa magra? O se dico cazzone a uno qualsiasi o a uno ce l’ha grosso. Che mi accade? Varrà la presunzione di conoscenza? Di quali e quanti reati risponderò?” Boh. Cambio discorso, mi ricordo che ho un appuntamento urgente. Devo correre via.

Già in altri Paesi hanno sperimentato questo tipo di legge tendente a ostacolare la diffusione dell’ odio verso i diversamente orientati (i dior, li abbrevierò così, con tutto il rispetto)). Ottenendo effetti del tutto opposti a quelli voluti dal legislatore, laddove la mira era, invece quella di vietare tutto – ripeto – ciò che sia idoneo alla diffusione dell’ odio verso i dior.

Non credo che si accetti di buon grado, in effetti, una legge che, in pratica, ci imponga ciò che dobbiamo farci piacere, di annuire malgrado un diverso pensiero; ci vieti severamente di manifestare il non gradimento e ci costringa a dirne soltanto furtivamente, al buio, mascherati, in disparte, senza possibili testimoni, in catacombe, all’ insegna dello storico “silenzio, il nemico ti ascolta”.

I presunti beneficiari di questa legge, tenderanno a superarne i limiti (abbastanza fumosi) con l’assist del giudicante che si sentirà Crociato alle Crociate, autorizzato persino ad indagare sulle intonazioni, sulle mimiche facciali e gestuali di accompagnamento delle parole, sulle intenzioni di ciò che – a loro parere – avevamo davvero in testa, sulle percezioni. Ogni nostra parola potrà essere ritenuta empia, criminale. La fantasia e l’ideologia non hanno limiti. Satira? Manco a parlarne. Quella, come il nero, va su tutto, pure sul Padreterno, ma non sul dior non si scherza, siamo all’ ebdolivello.

E noi? Sin dai primi casi, dalle prime condanne, dalle prime motivazioni che leggeremo, ci scopriremo sempre più insofferenti, umiliati e rancorosi per l’insostenibile onere della mordacchia e per la pubblica esposizione dei nostri pensieri, veri o solo presunti da qualche irresponsabile supponente. Arriveremo al ridicolo delle perizie mimico-semantiche. E così, l’odio e la sua diffusione che si volevano evitare con l’improvvido mezzo della sanzione giuridica, potrebbero davvero nascere dove non ci sono, ed espandersi ed esplodere, violentemente o surrettiziamente dove già esistono sia pure in nuce. Con gli intuibili mille possibili paraventi di dissimulazione. E fare molti più danni di quel che non si creda. Specie tra gli innocenti. Processi veri o processi inventati, processi giusti e processi aggiustati. Pensa un po’ tu che ancora onori “il padre e la madre”.

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